Nel 2005 dopo il rapimento di Giuliana Sgrena, ci fu un intensa collaborazione tra il più stretto collaboratore di Berlusconi e il quotidiano di sinistra più fieramente contrario alla guerra in Iraq: una inaspettata sintonia per salvare la vita a un’italiana

«Ma quanto sgobba Gianni Letta».
Questa frase di Valentino Parlato è una lezione universalmente valida, ma nei giorni del caso Salis si fa ancora più pertinente. Successe che alcuni gentiluomini di destra e di sinistra — dei veri patrioti — trovarono un’inaspettata sintonia per salvare la vita di un’italiana. Vi individuarono un paio di interessi supremi e comuni, quello umanitario e quello nazionale, e lavorarono insieme per un mese fino a raggiungere il risultato. Fu un esito tragicamente parziale perché costò un’altra vita, ma la preminenza di quei due interessi fu sancita e salvaguardata. E, cosa non meno importante, sancita e salvaguardata fu la capacità di personalità di destra e di sinistra di perseguirli insieme. Meglio ancora: la necessità di quello sforzo comune, pena la caducità dell’idea stessa di Nazione come luogo morale che unisce anche gli avversi.
Ricordiamolo, quell’esempio magistrale. Era il febbraio 2005 e Giuliana Sgrena, inviata delmanifesto, era stata rapita a Baghdad durante il conflitto iracheno. Una giornalista e un giornale aspramente critici sull’intervento deciso dagli Usa e appoggiato dall’Italia berlusconiana. Due estremi che più distanti non potevano sembrare, il magnate anticomunista fattosi dominus della politica e il piccolo quotidiano comunista presidio della sinistra più pura, la meno incline alle intese con chi comanda, tantomeno con chi comandava in quel momento.
Se il lascito tragico di quella storia fu la morte di Nicola Calipari, l’agente che aveva liberato Sgrena, quello che può servire ancora a tutti è il legame che si instaurò tra Parlato e Letta, primo consigliere del principe, suo sottosegretario alla presidenza e investito della delega ai Servizi segreti. Il cofondatore del manifesto lo raccontò al Corriere già durante il sequestro: «Letta avrebbe potuto telefonarmi e dirmi: eravate contro l’intervento in Iraq? Vi siete schierati a favore della resistenza irachena? E adesso tenetevi questo bel rapimento. Invece mi ha telefonato per invitarmi a Palazzo Chigi e studiare cosa fare insieme».
Nacque così quello strano sodalizio: «Siamo di fronte a un’emergenza che ci costringe a collaborare per un bene fondamentale come la vita di una persona. Se so qualcosa la dico a loro e loro fanno lo stesso con noi». Alla fine, il forbito intellettuale scelse parole semplici per descrivere l’operato di Letta: «È stato bravissimo e anche gentilissimo». E quando Sgrena tornò in Italia, provata dalla prigionia e dal sacrificio del suo liberatore, ad accoglierla a Ciampino trovò Silvio Berlusconi in persona.
Che c’entra questa storia con Ilaria Salis? C’entra molto, e andrebbe studiata come un manuale. La maestra monzese detenuta da un anno a Budapest per la presunta aggressione a due neonazisti è ancora più distante dal mondo di Giorgia Meloni di quanto Sgrena e il manifesto lo fossero dal mondo berlusconiano. In quanto espressione di un antifascismo non solo ricondotto alla storia ma assai militante nell’attualità, è letteralmente la nemesi del mondo meloniano e soprattutto di certe sue retrovie. Un’avversione ricambiata, come il ministro Lollobrigida — nel gelo ostentato quando ha riferito di non avere visto le immagini di Salis incatenata in un’aula giudiziaria ungherese — ha incautamente confermato, anziché calarsi per una volta nel ruolo ecumenico che un uomo di governo, anche se di parte, deve avere almeno in certi casi.
Lollobrigida è stato però l’unico esponente di Fratelli d’Italia a esporsi in modo così distante dal metodo Letta. Molto più in là si è spinta la Lega, con le accuse a Salis sull’assalto a un suo gazebo nel 2017, salvo omettere che per quello stesso episodio è stata assolta, e con la «sentenza» di Matteo Salvini sulla sua adeguatezza al ruolo di maestra. Preminenza, insomma, alla propaganda di partito rispetto all’interesse nazionale, che consiste nella difesa del diritto di Salis al giusto processo e nella necessità che torni al più presto in Italia.
A quanto risulta, è ciò che stanno facendo adesso il ministro Tajani e la presidente del Consiglio. Uno ha visto il suo omologo ungherese prima dell’episodio choc di catene e guinzaglio, e giustamente fa mostra di rispettare la forma, che vorrebbe la magistratura ungherese «indipendente» dal potere politico. L’altra ha fatto sapere di avere parlato con Viktor Orbán, il premier di Budapest con cui da anni è in asse sul piano politico e culturale e che presto potrebbe diventare formalmente suo alleato nell’eurogruppo dei Conservatori.
Ora, tutti sanno che la magistratura ungherese è sotto il pieno controllo di Orbán, e che questo è uno dei motivi per cui l’Ungheria è un costante fattore di crisi nell’Unione europea. Ma proprio per questo, il rapporto personale tra Giorgia Meloni e Orbán rappresenta la principale speranza perché Ilaria Salis sfugga a un destino kafkiano.
Il modo in cui si è arrivati alla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime egiziano induce a pensare che il governo sappia come muoversi. Quello che non conviene a nessuno, tantomeno alla sinistra che si batte per la libertà di Salis, è cadere a sua volta nella tentazione della propaganda riguardo alle manchevolezze vere o presunte di chi ha compiti di responsabilità. Si può confidare in Meloni non solo per il suo ascendente su Orbán, ma anche perché per lei è l’occasione per un esercizio di leadership davvero nazionale, quella cioè che nei frangenti più delicati è capace di dare garanzie a tutti, anche a chi non la vota. Per questi motivi, la lezione di Gianni Letta e Valentino Parlato è più che mai valida, per tutti. E soprattutto, può salvare anche Ilaria Salis.

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