La posta in gioco in Europa e America è alta: sul tavolo c’è la sorte della pace e delle democrazie

Democrazie sotto stress. Sia perché condizionati dalle regole della competizione elettorale sia perché pensano che sia difficile farlo capire agli elettori, i leader democratici evitano per lo più di spiegare alle opinioni pubbliche che il destino della democrazia è solo in minima parte nelle loro mani. Dipende in misura maggiore dalla configurazione delle forze internazionali. Può accadere, come è stato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, che tale configurazione favorisca stabilità e prosperità delle democrazie. Ma può accadere il contrario, ossia che si affermino condizioni internazionali tali da indebolirle e, in certi casi, da travolgerle aprendo la strada a forme, aperte o camuffate, di tirannia. La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza.
Come è già accaduto negli anni Venti/Trenta, quella britannica sembra la democrazia europea che gode di migliore salute. Benché abbia incassato botte assai pesanti. La Brexit, smentendo le promesse di chi la volle, l’ha costretta a ingoiare molti frutti avvelenati. E il suo futuro è reso problematico dalla diffusione di atteggiamenti anti-occidentali (come quelli che alimentano la cancel culture, l’attacco ai fondamenti della civiltà europea) che fanno presa su settori consistenti delle generazioni più giovani nonché sui figli dell’immigrazione extra-europea. Resta che, al momento, non c’è confronto fra lo stato di salute della democrazia britannica e quello di diverse democrazie europeo-continentali. Come confermano le recenti elezioni, quella britannica continua a funzionare benissimo: quasi nessuno, da quelle parti, mette in dubbio la validità delle sue istituzioni. È possibile che, anche se la congiuntura internazionale volgesse al peggio, la Gran Bretagna, come negli anni Venti e Trenta, sarebbe in grado di resistere alle intemperie.
Per la prima volta da quando De Gaulle le costruì (con il varo della Costituzione nel 1958 e il referendum sull’elezione diretta del Presidente nel 1962), le istituzioni della Quinta Repubblica francese hanno dato l’impressione di vacillare. Forse non è così. Forse l’azzardo di Macron (lo scioglimento del Parlamento), avendo momentaneamente fermato l’ondata lepenista, risulterà, in prospettiva, la mossa che ha salvato, a un tempo, la Francia democratica e le istituzioni europee. Per ora è dalla capacità (tutta da dimostrare) delle forze politiche parlamentari di sostenere, nei prossimi mesi e anni, governi passabilmente stabili che dipenderà la possibilità di bloccare la crisi istituzionale. Resta che le formazioni anti-sistema sono forti come non lo sono mai state. Il partito lepenista, penalizzato dal doppio turno, è in assoluto il più votato dai francesi. E l’estremista di sinistra Mélenchon dispone di una capacità di ricatto con cui devono fare i conti il resto della sinistra e i centristi. Forse Marine Le Pen verrà di nuovo sconfitta nelle elezioni presidenziali del 2027. O forse no. La sua sorte, e con essa quella della Francia (e dell’Europa), saranno potentemente influenzate dalle condizioni internazionali che prevarranno in quel momento
Molto, moltissimo, dipenderà dalle scelte che farà il Paese che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, è stato guida e protettore delle democrazie europee: gli Stati Uniti. Una eventuale vittoria di Donald Trump nelle Presidenziali di novembre, si abbatterebbe come un ciclone sull’Europa (e sul mondo intero). Forse, date le sue propensioni autoritarie, egli farebbe correre rischi alla stessa democrazia americana. Anche se è un fatto che le istituzioni democratiche hanno in quel Paese radici più solide che nell’Europa continentale. Forse sono in grado di resistere persino al cesarismo trumpiano. Ma di sicuro, l’Europa si troverebbe in una condizione difficilissima. L’imperialismo russo diventerebbe sempre più aggressivo (si mangerebbe l’Ucraina e forse non solo) e le sue quinte colonne europee, i «patrioti» — dal nome dell’aggregazione europea lanciata da Orbán —, Marine Le Pen in testa, vedrebbero crescere notevolmente il proprio spazio di manovra. Non solo Francia ma anche Germania, Spagna e le piccole democrazie ne subirebbero le conseguenze.
E anche l’Italia, ove sono ben rappresentati i «putinian- pacifisti» sia in versione di destra sia di sinistra. Andrebbe in frantumi quella «comunità di sicurezza» euro-atlantica che ha garantito stabilità e pace alle nostre democrazie per quasi ottanta anni. Di solito, l’argomento-standard, davanti a un simile scenario, è il seguente: alle democrazie europee, per proteggersi, non resta che unire le forze, costruire una Europa che non lasci più ai soli Stati Uniti il compito di difenderla. Intendendo la difesa in senso lato: sicurezza ma anche protezione delle sue libertà. Ma c’è una domanda a cui nessuno sa rispondere: possono avere la forza di fare ciò democrazie deboli e divise? Talvolta, la debolezza genera paralisi o spinge i deboli (nel nostro caso, le fragili democrazie europeo-continentali) a cercare, ciascuno per proprio conto, di ingraziarsi le potenze autoritarie che appaiono vincenti e minacciose. Sarebbe più o meno come abbracciare un cobra. Talvolta, invece, prevale l’istinto di sopravvivenza e i deboli riescono a fare fronte comune. La posta in gioco è alta: nel piatto c’è la sorte, oltre che della pace, della democrazia in Europa.

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