24 Settembre 2026

Per il presidente Mattarella è prioritaria la tutela del diritto allo studio

Da ieri, ai piani alti del governo, ha preso a girare una circolare del 26 luglio 1990, che reca in calce la firma dell’allora ministro dell’Istruzione: Sergio Mattarella. L’attuale capo dello Stato riteneva opportuno, «ove possibile», tenere assieme alunni dello stesso gruppo linguistico, «che non devono superare il numero di cinque per ogni classe». Quel testo, che per qualche ora a destra è stato spedito via chat a parlamentari e giornalisti, non senza malizia elettorale, a sera è stato tirato fuori in tv proprio da Giorgia Meloni. Il che autorizza il sospetto che la premier abbia giudicato «di buonsenso» l’idea di Mattarella di non concentrare gli alunni stranieri nella stessa classe anche per contrastare le critiche delle opposizioni.
La leader di FdI ha voluto mostrare pubblicamente che le sue tesi sulla scuola non sono troppo diverse da quelle che sosteneva Mattarella 36 anni fa e che i «ghetti» a cui lo stesso presidente ha fatto riferimento lunedì nel discorso di Amatrice non erano un rimprovero al governo. Ma se, come accusano le opposizioni, Meloni ha tirato per la giacca il presidente per assicurarsi il via libera alla legge, al Quirinale non raccolgono la sfida. In 11 anni di presidenza Mattarella ha sempre evitato di giocare a «ping pong» con gli inquilini di Palazzo Chigi.
Il capo dello Stato non era allora e non è oggi contrario a indicare un tetto al numero di alunni stranieri in classe, se serve a favorire integrazione e multiculturalità: era quella la ratio della circolare del 1990. Anche la ministra Mariastella Gelmini indicò il tetto del 30% con un atto amministrativo, che forse anche per via dello strumento non è mai stato attuato. La differenza, sottolineano al Quirinale, è che una cosa è una circolare e un’altra è una legge: una fonte di diritto vincolante per tutti, che indica violazioni e prevede sanzioni e per questo «deve essere ben ponderata».
Ad Amatrice il presidente della Repubblica ha disegnato una scuola «all’altezza dei tempi nuovi», che difenda la civiltà che abbiamo conquistato e guidi il Paese verso il futuro. Alla luce di questa premessa si comprende l’attenzione con cui i giuristi del Quirinale, a cominciare dallo stesso Mattarella, stanno seguendo l’iter accelerato del progetto di legge annunciato da Meloni: dal tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi, al divieto di indossare burqa e niqab.
La scuola «aperta a tutti» di Mattarella, che ha l’articolo 34 della Costituzione come architrave e l’integrazione degli stranieri e dei figli degli immigrati come pilastro, appare distante dall’idea valoriale della destra di Vannacci e in parte anche da quella del governo. Eppure, dal Colle non trapelano giudizi di merito sulle norme volute dalla premier. Al Quirinale c’è però la convinzione che cambiamenti così importanti non debbano essere varati in corsa, ad anno scolastico iniziato e magari per decreto, ma vadano soppesati e limati alla luce del dettato costituzionale.
Nella triangolazione in corso tra Palazzo Chigi, ministero dell’Istruzione (Mim) e Quirinale, l’input di Mattarella è garantire la massima tutela del diritto allo studio e sciogliere quei nodi che rischiano di stressare il sistema scolastico. Gli esempi possono essere dedotti dalle anticipazioni di stampa.
Una classe che sforasse il tetto del 30%, andrebbe sdoppiata anche in assenza di insegnanti e spazi adeguati? E sono davvero praticabili i corsi di lingua per i genitori degli alunni che non parlano bene l’italiano?

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