Anche l’ultimo velo di pudore, che sconsigliava un uso politico e di parte della Carta costituzionale, è caduto. Roberto Scarpinato, autorevole esponente del Movimento 5 Stelle, ha infatti appena scritto nero su bianco che «la Costituzione non è mai stata di tutti». Dunque ce ne si può appropriare legittimamente, mettendola per esempio nel nome dell’Alleanza del Campo largo, come ha proposto Giuseppe Conte; oppure usandola come esame del sangue preventivo per il futuro presidente della Repubblica, il quale, ha testualmente detto Pier Luigi Bersani, deve provare di avere con la Carta un «rapporto intimo».
Ne discende che la Costituzione è di sinistra, dei Cinque Stelle, dei Progetto civico di Onorato e forse persino di Renzi: di tutti, esclusi tutti gli altri.
Scarpinato spiega che il «mondo del potere» (gli altri) ha infatti combattuto la nostra Carta «in modo cruento»; e porta come prova la lunga e drammatica serie di stragi «politico-mafiose» (da Portella della Ginestra agli attentati dei primi anni Novanta), i presunti tentativi di colpo di Stato (quello del generale De Lorenzo nel 1964), le bombe neofasciste (dalla strage di piazza Fontana a Milano a quella della stazione di Bologna). Nell’elenco non sono compresi i circa 130 italiani uccisi dal terrorismo rosso. Si vede che le Br non sono da annoverare tra i nemici della Costituzione, e non vorremmo che fossero invece considerate tra coloro che hanno sì esagerato, ma solo perché la volevano attuare fino in fondo, «rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale» all’uguaglianza dei cittadini, come dice l’articolo 3 citato da Scarpinato.
C’è da augurarsi che l’esponente pentastellato, nella sua precedente vita di pubblico ministero, non abbia agito sulla base della convinzione ora esplicitata che «la Costituzione non è di tutti». Le sue argomentazioni, d’altra parte, ricordano quelle di una corrente della magistratura che considera «la giurisdizione il luogo privilegiato della resistenza» perché «prima ancora che la fedeltà alla legge… comanda la disobbedienza a ciò che la legge non è. Disobbedienza al pasoliniano “palazzo”, disobbedienza ai potentati economici, disobbedienza alla stessa interpretazione degli altri giudici e dunque libertà interpretativa».
Bisogna però dire che, se da un lato rinominare lo schieramento del Campo largo «Alleanza per la Costituzione» comporta l’indubbio vulnus democratico di non considerarla più patrimonio comune del popolo italiano ma bandiera di parte (un po’ come il faccione di Garibaldi sulle liste del Fronte popolare nel 1948), una tale scelta potrebbe finalmente favorire una chiarificazione del programma elettorale dell’opposizione.
Ci sono infatti cose sostenute oggi nel Campo largo che non potrebbero essere ripetute appellandosi alla Costituzione. Per esempio, non si potrebbero più contrastare gli aiuti alla Ucraina sulla base del principio che «l’Italia ripudia la guerra». L’articolo 11 infatti prosegue sostenendo che la Repubblica «consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni» e «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Il che vuol dire che la partecipazione all’Unione Europea ci vincola a «promuovere la pace», oltre che a ripudiare la guerra.
Allo stesso modo sarebbe difficile riproporre il reddito di cittadinanza, quantomeno non con quel nome. L’articolo 4 della Carta, che riconosce il diritto al lavoro, aggiunge infatti che esiste un dovere inderogabile dei cittadini a svolgere «un’attività o una funzione che concorra al progresso» della società. La Repubblica assiste dunque gli indigenti, ma non prevede un reddito in cambio della mera cittadinanza.
Per fare ancora un altro esempio: la recente rivolta della sinistra contro la facoltà riconosciuta ai genitori di autorizzare l’insegnamento dell’educazione sessuo-affettiva ai loro figli nelle scuole non potrebbe più essere fondata sulla Costituzione, perché se è vero che l’istruzione inferiore è obbligatoria (articolo 34) è altresì vero (e anzi viene prima, all’articolo 30), che è «dovere e diritto dei genitori istruire ed educare i figli».
E così via. Prendere in prestito la Costituzione per vincere le prossime elezioni non è insomma una buona idea, neanche per gli stessi proponenti. Indebolirebbe la forza della nostra Carta, la quale è stata invece capace in questi ottant’anni di «costituzionalizzare» anche movimenti e forze politiche che costituzionali non erano. Perfino il Movimento 5 Stelle, nato con l’obiettivo di trasformare il Parlamento in una scatoletta di tonno aperta e di abrogare l’articolo della Carta che assicura la libertà del parlamentare «senza vincolo di mandato», è oggi una forza pienamente legittimata a governare proprio grazie al fatto che la Costituzione è di tutti. Anche di chi non l’ha studiata abbastanza.

A.N.D.E.
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