11 Dicembre 2025

L’elezione di un sindaco socialista nella città cuore della finanza mondiale farà onde alte ovunque, non è un evento che interessa solo gli americani. E non è un fatto che racconta genericamente di ricchi e poveri, di bianchi wasp e immigrati: solleva interrogativi su come cambierà il modello socioeconomico dell’Occidente. Impone la domanda sulla forma che prenderà il capitalismo nei prossimi anni, probabilmente decenni.
La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa. Entrambe le votazioni indicano che l’America oggi respinge il modello di capitalismo degli scorsi quarant’anni. Da sinistra e da destra, si potrebbe dire con categorie non proprio attuali. E se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Per lo spaesamento di chi la sosteneva e, di fatto, di chiunque altro: è un salto verso non si sa dove. Al contrario di come vorrebbero alcuni, non è però la fine del capitalismo, per sua natura pragmatico alla massima potenza, capace di reinventarsi. Si va verso un capitalismo diverso da quelli conosciuti sin dal Sette-Ottocento.
Mamdani, che si definisce socialista nel senso non di socialdemocratico ma di anticapitalista, ha raccolto i voti di oltre un milione di newyorkesi, soprattutto giovani (gli oltre quarantacinquenni non gli hanno dato la vittoria). Ha condotto una campagna elettorale anti-establishment, basata sul costo altissimo della vita a New York, proponendo politiche difficilmente sostenibili, già fallite a Cuba come in Unione Sovietica, ma anche parlando dei problemi reali degli abitanti della metropoli, non solo e non tanto dei più poveri ma della classe media in difficoltà. Su molti degli stessi temi e anch’egli cavalcando la ribellione anti-élite a livello nazionale, Trump aveva vinto la presidenza nel novembre 2024. Sulla superficie, siamo di fronte a un confronto sinistra-destra ma nel profondo c’è il rifiuto comune, certo con soluzioni diverse, dello status quo, di come sono andate le cose negli ultimi tempi. La differenza è che Mamdani ha vinto esaltando gli immigrati, soprattutto musulmani, Trump conquistando, oltre ai conservatori tradizionali, molti neri e molti ispanici contrari all’immigrazione non regolata.
Mamdani farà il sindaco, non avrà l’influenza diretta che ha Trump nel mondo. Fatto sta che il suo socialismo è palesemente radicale: si vedrà da gennaio come gestirà la sua posizione ma l’idea di bloccare gli affitti a New York, alzare le tasse in una città che già le ha altissime, aprire negozi pubblici a prezzi controllati, oltre che ad avere una propensione a favore dei movimenti pro-pal e anti-polizia, sembra un populismo che accarezza l’arrabbiatura degli elettori che soffrono di una penuria di futuro. Trump, per parte sua, ha lavorato e lavora sullo slogan di America First per dire che nell’era del capitalismo neoliberale gli Stati Uniti hanno pagato per altri, hanno perso posizioni e hanno visto peggiorare la qualità della vita e le prospettive di lavoro, in alcuni Stati drammaticamente. Due populismi nel cuore del capitalismo probabilmente destinati a deludere: il «socialismo in una metropoli sola» non ci sarà e anche il ritorno alle glorie dell’America del passato, il Maga, sarà sottoposto alla verifica della realtà.
Questo apre il grande interrogativo, finora astratto ma adesso diventato attuale, del tipo di modello socioeconomico verso il quale andrà l’Occidente. Il sistema capitalista ha attraversato numerose fasi, dal laissez-faire dell’Ottocento al New Deal rooseveltiano al post-keynesismo fino agli Anni Settanta e poi il neoliberismo: non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova. Impossibile dire oggi quale, proprio perché la somma dell’inventiva e della volontà delle persone, si può dire del mercato, sarà una forza di cambiamento. Tendenze, però, si possono intravvedere. Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale. In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.