Mentre l’ONU si spegne fra veti incrociati, inazione e tagli di risorse, si rafforzano alleanze in contrapposizione con l’Alleanza atlantica
«La Nato è in stato di morte cerebrale». L’espressione usata dal presidente francese Emmanuel Macron in un’intervista del novembre 2019 suscitò sorpresa e sarcasmo su un’analisi che suonava come un colossale abbaglio. In realtà, la Nato — peraltro allargata — è più viva e necessaria che mai se consideriamo gli sconvolgimenti nel cuore dell’Europa seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. Come sempre, una sentenza estrapolata dal contesto si presta a semplificazioni. Macron, al contrario, mostrò una certa lungimiranza nel considerare la «morte cerebrale» come la fine di un’epoca in relazione al progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Di qui la necessità di un rinnovato sforzo per la difesa europea, come in parte si sta avviando, pur fra riserve, di fronte alle nuove sfide planetarie, all’instabilità in Medio Oriente, alle ambizioni regionali di attori come la Russia e la Turchia, al formarsi di nuove alleanze ostili all’Occidente.
Alla luce dell’attualità, l’espressione andrebbe attribuita all’ONU, alla «morte cerebrale» del diritto internazionale. Non solo per il genocidio a Gaza, l’annessione della Cisgiordania, l’aggressione russa dell’Ucraina, i precedenti in Iraq, Ruanda, ex Yugoslavia, ma anche per il rischio che Donald Trump legittimi l’agonia delle Nazioni Unite, con l’appoggio esplicito a Gerusalemme e con l’intesa sotto traccia con Putin. Come dire che se sono più forte preferisco la legge del più forte.
E mentre l’ONU si spegne fra veti incrociati, inazione e tagli di risorse, si rafforzano alleanze in contrapposizione con l’Alleanza atlantica. I Brics non sono un blocco militare, ma si allargano come intesa geopolitica ed economica in alternativa all’impero del dollaro. Il recente vertice SCO, con tanto di parata spettacolare a Pechino, ha sancito un’alleanza commerciale, energetica e militare anti occidentale che vede insieme dalla stessa parte Cina, Russia e India e un «contorno» di preoccupanti sostenitori, in primis Nord Corea e Iran. In altri termini, la fine della globalizzazione e le crisi in corso segnano il declino e l’umiliazione dei principii che ispirarono la nascita della Società delle Nazioni e poi dell’ONU: l’idea che una governance globale potesse mettere fine o prevenire conflitti, che i diritti universali degli uomini e degli Stati potessero essere rispettati, che dittatori e aggressori potessero pagare il prezzo delle loro azioni.
La guerra a Gaza ha messo in evidenza la paralisi dell’organizzazione, al di là di comunicati e dichiarazioni di condanna d’Israele rimaste lettera morta, come del resto le numerose prese di posizione contro la colonizzazione della Cisgiordania. Questo mentre assistiamo in diretta allo sterminio di una popolazione e all’annientamento delle organizzazioni umanitarie e delle agenzie dell’ONU. Qualsiasi proposta di risoluzione che tenti di limitare l’azione di Israele è ostacolata dal veto americano. La soluzione «due popoli, due Stati» è ripetuta a parole, mentre nessuno si nasconde più che i palestinesi finiranno come i pellerossa in America. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, Francesca Albanese, è diventata uno dei simboli della delegittimazione dell’ONU. I suoi rapporti sulle complicità e responsabilità del genocidio sono rimasti inascoltati e le sono valsi sanzioni personali. Il segretario generale, António Guterres, ha moltiplicato inutili dichiarazioni che gli sono valse l’accusa di antisemitismo. Le risoluzioni di condanna dell’aggressione russa hanno incontrato veti, posizioni neutrali e opposizioni di numerosi Paesi e comunque non hanno avuto nessun seguito. La guerra in Ucraina continua, mentre dietro le quinte si ammette che la pace arriverà soltanto quando l’Ucraina si piegherà all’amputazione illegale dei suoi territori occupati dall’Armata rossa.
Ma l’impotenza dell’ONU per Gaza o per l’Ucraina è solo la parte per il tutto. La credibilità dell’organizzazione è in caduta libera ovunque, perché ovunque sono travolti principi, trattati e convenzioni come quella di Ginevra. Cresce l’uso di mine antiuomo, nonostante la messa al bando sancita nei trattati. Si invertono in modo esponenziale, persino rispetto alle guerre mondiali, le percentuali di vittime civili rispetto ai caduti militari. Nessuno sembra più far caso ai soldati bambini, alle carestie indotte, all’arbitrio in tanti angoli del mondo. Gli Stati Uniti hanno lasciato l’UNESCO. Israele ha lasciato il Consiglio dei diritti umani. La Corte penale internazionale non è riconosciuta da tre dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza. Il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza è uno strumento d’impotenza e un relitto di un’epoca che non corrisponde più alla geopolitica attuale. Intanto, a differenza che in passato, la comunicazione permette di assistere ai crimini in diretta.
Difficile aspettarsi un’inversione di tendenza all’assemblea generale che avrà come tema centrale il riconoscimento dello Stato palestinese, tema che non mancherà di allargare veti e divisioni. Gli autocrati — è il caso di includere nel gruppo Donald Trump — contribuiscono a minare il concetto di organizzazioni internazionali. Oggi è difficile ancora coltivare le speranze di un’alleanza planetaria basata sul concetto di «pace perpetua» caro a Kant. Ottant’anni dopo la sua creazione, «non per portarci in paradiso, ma per salvarci dall’inferno», come disse l’ex segretario generale Dag Hammarskjöld, l’istituzione si trova in una situazione di crisi irreversibile, salvo una riforma dalle fondamenta che dia voce a tutto il pianeta. Al contrario, lo spostamento delle dinamiche di potere, di cui la Cina cerca di approfittare con il suo contingente di alleati, rischia di influenzare ancora di più gli eventi.
Ciò che Kant aveva in mente era una «federazione per prevenire la guerra». Non si trattava di un governo mondiale, ma di un «regime giuridico globale che unisce i popoli e abolisce la guerra», come ha scritto Habermas. Il concetto di Kant richiede un impegno morale da parte degli Stati che devono sentirsi obbligati a lavorare insieme. Questi due aspetti – l’impegno volontario degli Stati e l’influenza simbolica – sono sempre stati fragili. Le Nazioni Unite oggi vedono compromessa anche l’influenza morale.
