Cina economia

Federico Rampini racconta la Cina dopo la pandemia. Con il Covd, Pechino ha stretto ulteriormente il controllo sociale. Sono sempre meno i manager e i prodotti stranieri, a partire dalle auto. Ma non mancano i problemi: la crisi edilizia erode il valore delle case e ci sono troppi troppi neolaureati disoccupati

Ritorno in Cina, quasi cinque anni dopo. La trovo meno inquinata e più autarchica. Si è svuotata di molti espatriati, soprattutto manager di multinazionali occidentali, ma se la cava anche senza. I suoi «campioni nazionali», da Huawei a Build Your Dreams (auto elettriche) imparano a innovare da soli. La digitalizzazione è avanzata in modo formidabile, noi americani o europei siamo trogloditi al confronto. Vale anche per il controllo sulle persone. Inoltre questa Cina liberata dal contante e dalle carte di credito è ormai un «universo chiuso», se non hai le sue app digitali non puoi più fare niente: prenotare un treno o un museo, pagare un taxi o un ristorante.
In Cina ho vissuto cinque anni, dal 2004 al 2009. Una volta tornato in America ho continuato a visitarla con assiduità, spesso aggregandomi alla carovana dell’Air Force One in occasione di visite presidenziali. L’ultimo soggiorno fu nell’estate 2019. Ho saltato l’intera pandemia e anche più. Dopo un libro intitolato «Fermare Pechino» la concessione del mio visto non era scontata. Ma Xi Jinping ha fatto un gesto inusuale verso di noi, quasi a dimostrare che non ci tiene rancore dopo l’uscita dalle Vie della Seta.
L’Italia con Germania e Francia fa parte di un suo esperimento recente: libertà d’ingresso senza visto per viaggiatori che restino non oltre quindici giorni. M’infilo nell’opportunità, per una volta il mio passaporto italiano mi serve più di quello americano. Accolgo un invito della nostra ambasciata a tenere un ciclo di conferenze in quattro città (Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong) sui settecento anni dalla morte di Marco Polo. Tema morbido, poco controverso, perfetto per non alimentare sospetti. Si presta però a paragoni istruttivi: sui rapporti Est—Ovest allora e oggi; sulla curiosità verso le altre civiltà e la voglia di apprendere. Ne approfitto per segnalare al mio auditorio che se scivoliamo in una nuova mentalità da Guerra fredda la colpa non è di una parte sola (per Xi la responsabilità è tutta americana). Parlo in luoghi pubblici, due università e una biblioteca comunale, dove mi ascoltano in prevalenza cinesi.
Nelle quattro città che attraverso mi accolgono cieli abbastanza azzurri e un’aria respirabile. È lontano il ricordo dello smog pestilenziale in cui ero immerso vent’anni fa. Questa Cina raccoglie i frutti di operazioni avviate da tempo: allontanamento di fabbriche dalle metropoli, messa al bando del carbone dal riscaldamento urbano. L’emissione complessiva di CO2 continua ad aumentare però Pechino spesso ha un’aria meno inquinata di Milano. L’auto elettrica continua a guadagnare terreno: nel 2019 vedevo molte Tesla, oggi è un’invasione di marche locali. La più importante è Byd che sta per Build Your Dreams («Costruisci i tuoi sogni»).
Scena inaudita accaduta all’ultimo salone dell’auto di Shanghai: lo stand della Byd era assediato da tecnici della Volkswagen in venerazione. Un mondo alla rovescia. Vent’anni fa la tecnologia tedesca godeva di un prestigio tale fra i cinesi, che questo mercato sembrava una conquista perenne per il «made in Germany». Oggi la Byd si può permettere innovazioni che ci fanno sognare. A Shanghai i tassisti con auto elettrica non hanno più il problema della ricarica alle colonnine: la Byd ha stazioni di servizio che sostituiscono in pochi minuti la batteria scarica con una carica. Può sembrare costoso altrove, non in Cina che ha un monopolio mondiale e una sovrapproduzione di batterie.
Vent’anni fa Pechino, Shanghai e Canton erano invase da un mare di Audi. La progressiva ritirata del «made in Germany» è parte di un fenomeno più ampio. Una diplomatica occidentale riassume l’umore fra i manager delle aziende multinazionali: «Molti pensano di avere gli anni contati. I cinesi gli lasceranno spazio solo finché ne avranno bisogno. Ma prima o poi verranno sostituiti da produttori locali».
La pandemia ha dimezzato la comunità italiana di Shanghai. Ha accelerato molte trasformazioni. La necessità di controllare il contagio ha fatto fare un balzo in avanti alla digitalizzazione del paese. La vita quotidiana è semplificata dalle app che sostituiscono documenti cartacei, banconote e carte di credito. Telefonino (cinese) e pupille sono sufficienti ad essere identificati per ogni sorta di transazioni, e per viaggiare. Questo ha allargato a dismisura anche il controllo sociale. Per uno straniero che non ha residenza fissa qui è diventato tutto difficile: collegare una carta di credito europea o americana con le app Weixin o Alipay è quasi impossibile. In quanto ai cinesi, forse si sentono ancora meno liberi di prima? Molti di quelli che incontro mi sembrano scettici sulle «nostre» libertà. L’Occidente che vedono sui loro media è invaso da homeless, migranti clandestini, tossicodipendenti. La probabilità di essere scippati o aggrediti nel metrò di Pechino è quasi zero in confronto a New York.
A Hong Kong mi raccontano lo sconcerto per la serie televisiva Expats di Amazon, ambientata sullo sfondo della «rivolta degli ombrelli». Nicole Kidman interpreta la parte di una espatriata il cui figlio viene rapito. I sequestri di adolescenti occidentali in Cina non sono proprio all’ordine del giorno. Quella serie è stata vista come la conferma che ormai noi vogliamo solo demonizzare la Cina. «Mentalità da Guerra fredda»?
Lasciamo stare i rapimenti: le cattive notizie non mancano, non c’è bisogno di inventarle. L’alta disoccupazione giovanile è frutto di una divaricazione tra aspettative e realtà: troppi neolaureati hanno inseguito il sogno di un posto qualificato e ben pagato, il mercato del lavoro offre tanto precariato e mansioni operaie. Spesso i genitori sostengono le aspirazioni dei figli, preferiscono mantenerli in casa e risparmiargli umiliazioni. È nata anche qui una generazione di «sdraiati» (sul sofà di casa, con una console di videogame in mano) e un’ironia amara su una nuova professione giovanile, «figli per sempre». Gli stessi genitori si sentono impoveriti per un’altra ragione: hanno fatto mutui per comprare case il cui valore continua a scendere per la crisi dell’edilizia. I consumi ristagnano. La cosa ci riguarda tutti. Questa Cina sta già esportando i suoi problemi in Occidente. L’export di prodotti «made in China» è più aggressivo che mai. Sul mercato americano le vendite cinesi dall’inizio dell’anno sono aumentate del 7% in valore ma del 30% in quantità: siamo inondati di prodotti a prezzi stracciati, Pechino deve smaltire eccessi di produzione.
Mentre io attraverso la Cina è in corso un summit stile Davos che attira investitori da tutto il mondo; Xi Jinping s’intrattieme amabilmente con un gruppo di chief executive americani. Ha ancora bisogno di loro, si direbbe. Ma i colleghi corrispondenti della stampa Usa che incontro a Pechino mi confermano i mille ostacoli governativi al nostro mestiere. Uno dei più grandi quotidiani mondiali aveva quindici corrispondenti accreditati in Cina; il diniego dei visti li ha ridotti a tre.

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