Perché l’Italia e la Germania dovrebbero dare un nuovo impulso per la riforma del Consiglio di Sicurezza
Non c’è più molto da discutere. È un dato di fatto che, dall’Europa al Medio Oriente, dall’Africa all’Asia, l’uso della forza parla più forte della Carta che avrebbe dovuto prevenirlo. Le Nazioni Unite, nate per essere il terreno comune dell’umanità per la pace, faticano persino a preservare quel terreno.
L’Italia e la Germania conoscono bene questa storia in prima persona. Come Paesi fondatori dell’Unione europea, grazie a statisti come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, hanno sostituito risolutamente la legge del più forte con lo stato di diritto nel cuore dell’Europa. Il risultato è stata la più lunga era di pace che il nostro continente abbia mai conosciuto.
I due Paesi hanno un tempo condiviso lo stesso sogno su scala globale: che le Nazioni Unite e la loro Carta avrebbero impedito un’altra guerra apocalittica. Quella visione non è superata, anzi è più urgente che mai.
Le buone intenzioni, tuttavia, non bastano. L’Onu ha ottenuto successi reali, ma i suoi fallimenti sono altrettanto reali e in larga misura sono opera nostra, degli Stati membri.
La paralisi della riforma del Consiglio di Sicurezza ne è la prova numero uno. Il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo globale incaricato di preservare la pace, l’unico che può autorizzare l’uso della forza, disporre operazioni di peace-keeping o imporre sanzioni per fermare una guerra prima che deflagri. Invece, siamo rimasti a guardare davanti alla spirale di conflitti che la riforma avrebbe potuto contribuire a prevenire. Come ha dichiarato di recente il Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, «prevale ormai un senso di impunità».
Oggi il Consiglio è al tempo stesso poco rappresentativo e ostaggio dell’uso dell’anacronistico potere di veto da parte di tre dei suoi membri permanenti: Cina, Russia e Stati Uniti. La risposta è l’allargamento: aggiungere seggi non permanenti di più lunga durata, in grado di spostare l’ago della bilancia e di modificare le dinamiche politiche del Consiglio. Dobbiamo rassegnarci al fatto che il potere di veto resterà, perché quei membri permanenti non accetteranno mai di rinunciarvi. Ma un Consiglio con più seggi non permanenti di lunga durata, ciascuno soggetto a elezione periodica, cambierebbe davvero il modo in cui l’organo funziona e limiterebbe la prevaricazione dei membri permanenti nei confronti degli Stati più piccoli, economicamente e politicamente vulnerabili.
Perché ciò accada, Germania e Italia devono prima superare la loro vecchia rivalità. Generazioni di diplomatici di entrambi i Paesi, noi due compresi, si sono scontrate sui banchi delle Nazioni Unite, la Germania spingendo per un seggio permanente, l’Italia insistendo su più seggi non permanenti con mandati più lunghi. È tempo che la Germania abbandoni quell’aspirazione: non ci sono argomenti plausibili a favore di un terzo seggio permanente per l’Europa occidentale. L’Europa, insieme, dovrebbe invece sostenere un’equa rappresentanza a rotazione per l’Africa e l’America Latina.
Alcune potenze intermedie continueranno a manovrare per ottenere per sé un seggio permanente. Dovrebbero mettere da parte quella sete di potere e aderire a una visione che rimetta al centro tutti i 193 membri delle Nazioni Unite. Le ragioni di una maggiore cooperazione tra potenze intermedie poggiano tanto sull’interesse nazionale di ognuna quanto sulla visione di un Consiglio di Sicurezza più rappresentativo e, proprio per questo, più efficace.
Germania e Italia dovrebbero assumersi ora le proprie responsabilità. Dovrebbero presentare una proposta congiunta per un Consiglio di Sicurezza più equo e superare la paralisi del InterGovernmental Negotiation (IGN) giustamente ribattezzato «It Goes Nowhere», perché è un negoziato che non porta da nessuna parte. Siamo convinti che grazie all’azione congiunta di tante potenze intermedie, la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea Generale necessaria per riformare il Consiglio di Sicurezza sia a portata di mano, perché la maggior parte del mondo chiede il ritorno a un multilateralismo efficace fondato sullo stato di diritto e non sulla legge del più forte.
