28 Ottobre 2026
Barbara Barra e Federica Deledda

Barbara Barra e Federica Deledda sono a capo rispettivamente della Polizia stradale della Lombardia e di quella di Milano

«Quando viaggio sull’auto di servizio, da comandante siedo davanti, accanto all’autista. Eppure, quando i cittadini chiedono informazioni, si rivolgono a lui. Perché è un uomo». Barbara Barra, 58 anni, sorride. Nell’ufficio della dirigente della Stradale in Lombardia, targhe ed encomi raccontano la sua carriera. Una foto la ritrae con papa Francesco. Accanto a lei Federica Deledda, 54 anni, che dirige la Sezione di Milano. Sono le due donne al vertice della Stradale lombarda. Un primato che racconta quanto sia cambiata la polizia e quanto certi pregiudizi resistano più fuori dalla divisa che dentro.

Dottoressa Barra, ha mai dovuto dimostrare di valere più di un collega uomo?
«No, ho iniziato a Milano nel 1991, quando le donne funzionarie erano poche. Eppure mi hanno sempre considerata “il” funzionario. Non mi sono mai sentita diversa dai colleghi uomini».

Nel 1998 fu la prima donna a comandare la scorta del Giro d’Italia. Cosa ricorda?
«Un’intervista tv di allora, ritrovata dai collaboratori, mi ha fatto sorridere. Chiedevano agli agenti che cosa significasse avere un comandante donna. La mia soddisfazione è che rispondevano quasi sorpresi: per loro non contava se fosse uomo o donna, ma la capacità e l’autorevolezza nell’impartire ordini».

Deledda, lei invece ha incontrato pregiudizi?
«No. I colleghi mi hanno sempre riconosciuto per il mio lavoro. Ho ricevuto attenzioni in più per gli impegni familiari e non l’ho trovato svilente, anzi. Gli unici che mi considerano in quanto donna sono mio marito e i miei figli, a casa, quando non indosso la divisa», scherza.

Barra, che emozione è stata tornare da comandante dove aveva iniziato la carriera?
«Quando lasciai Milano nel 2020 per dirigere la Stradale di Roma, non vedevo le scale per la commozione. Tornare su questa sedia mi ha emozionata di nuovo: la stessa negli occhi dei colleghi in pensione, che mi avevano conosciuta ragazza e sono venuti a salutarmi».

C’è un modello di comandante a cui si ispira?
«Mimmo Mazzilli, il mio maestro. Oggi siedo al suo posto. Ricordo la sua capacità di ascoltare e di credere in noi giovani funzionarie, che allora eravamo pochissime».

Nel 1991 sulle strade italiane morirono 7.498 persone, 2.868 vittime nel 2025. Ancora troppe. C’è però una spiegazione a questa riduzione?
«È cambiato tanto: i veicoli, le infrastrutture, i controlli, la patente a punti, il Tutor. Non siamo ancora all’obiettivo di zero vittime previsto da Vision Zero, ma i risultati ci sono. E poi il lavoro nelle scuole. I ragazzi sono più rispettosi delle regole. Per i miei figli allacciare le cinture, anche dietro, e scegliere un “guidatore designato” che non beve quando deve mettersi al volante sono gesti naturali».

Perché gli scontri uccidono ancora tanti giovani?
«Il miglior dispositivo di sicurezza è la testa del guidatore: il 94 per cento degli scontri è causato da azioni umane. Ai miei collaboratori chiedo di spiegare al guidatore perché il suo comportamento è pericoloso e va sanzionato. Se non capisce, lo ripeterà».

Deledda, qual è la sfida sulle strade milanesi?
«Lavorare con chi le gestisce. La fluidità non è solo sicurezza: ha anche un valore economico. Le code ritardano l’arrivo delle merci sui mercati, fanno perdere aerei e treni. Bisogna prevenire i pericoli, non intervenire solo dopo».

Che cosa insegna la strada a chi comanda?
«Non puoi capire il lavoro dei tuoi poliziotti se prima non lo hai fatto. Capisci che cosa significa morire sulla strada quando senti l’odore del sangue sull’asfalto, le urla strazianti di una madre. O quando hai in mano il cellulare di un motociclista deceduto, sullo schermo compare “mamma”, con un cuore, e devi dirle che il figlio non potrà mai più rispondere».

C’è uno scontro stradale che le è rimasto dentro?
«Una famiglia francese morta nell’auto carbonizzata. C’era un bimbo: del seggiolino restava solo la scocca. Percorrevo ogni giorno quell’autostrada con i miei figli, per portarli dalla nonna. Durante i rilievi rimasi concentrata. Ma quella sera, a casa, non riuscii a dormire».

Barra, come si convive con queste immagini tragiche?
«Si pensa che un agente debba resistere a tutto. Abbiamo sentito poliziotti che, dopo uno scontro mortale, tornavano a casa ad accarezzare i figli addormentati. Le vittime avevano l’età dei loro bimbi. Non dormivano. Solo parlandone con i colleghi hanno ammesso di aver pianto».

Per questo nasce il vostro progetto Chirone?
«Sì. È un percorso di sostegno psicologico dopo gli interventi più traumatici. Durante gli incontri i colleghi riescono a raccontare ciò che hanno vissuto, talvolta senza averlo confidato neppure a chi era intervenuto con loro».

Deledda, dopo anni, il rischio è abituarsi alla morte?
«Il giorno in cui non mi commuoverò più chiederò di andare in un altro reparto».

 

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