24 Settembre 2026

Kiev, termometro della democrazia. Dietro l’indifferenza e l’ostilità per la resistenza ucraina si scopre che c’è un distacco dalle idee che hanno fondato l’Europa

>Lo registrano concordemente tutti i sondaggi. In Italia c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia. Per lo meno, il timore è legittimo se per democrazia non si intende semplicemente che chi comanda dispone del «consenso» dei più: quello lo ebbe, in una certa fase, anche il regime mussoliniano e lo storico Renzo De Felice si attirò ferocissime critiche per averlo sostenuto e dimostrato negli anni Settanta dello scorso secolo. Il futuro della democrazia italiana appare incerto se, e solo se, per democrazia si intende quella occidentale, nella quale sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori. L’indifferenza/ostilità per la resistenza ucraina ci mostra quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva.

I rapporti euro-atlantici, l’integrazione europea, tenevano a bada le propensioni illiberali di settori consistenti del Paese.
Se scaviamo un po’ a fondo, dietro l’indifferenza/ostilità per la resistenza ucraina scopriamo un chiaro e netto distacco dalle idee-forza della democrazia occidentale. A cominciare da quella che la distingue da e la contrappone ai regimi autoritari. Sono più limpidi, meno ipocriti, coloro che tifano apertamente per Putin (hanno scelto di schierarsi a viso aperto con un’autocrazia) rispetto a quelli che mostrano indifferenza (Zelensky e Putin pari sono). Ai primi è solo lecito far notare che è proprio grazie alla democrazia (che disprezzano) che essi possono liberamente tifare per una tirannia. I secondi, gli indifferenti, sono motivati in parte dalla paura (meglio blandire i tiranni perché sono pericolosi) e in parte dall’apatia (che ci importa se a governare è un autocrate o un capo di governo liberamente eletto?). L’indifferenza per la resistenza ucraina mostra anche dell’altro. Mostra la distanza fra la retorica ufficiale e i sentimenti di tanti. Come si può pensare che chi è indifferente o addirittura ostile alla resistenza ucraina possa attribuire un qualche significato all’idea che la resistenza al nazifascismo e quindi alla tirannia sia un valore fondante della Repubblica nata nel 1948?
È uno dei tanti effetti del clima vigente il fatto che siano davvero troppi quelli pronti a dare del «guerrafondaio» a chi dice che è lecito che l’Europa faccia il possibile per sostenere l’Ucraina e per cercare, contemporaneamente, di approntare qualche difesa per tutelarsi a fronte della guerra ibrida scatenata dai russi. A riprova del fatto che in politica si può sostenere qualunque cosa, anche che la terra è piatta. L’unico criterio che conta riguarda la «quantità», il numero di coloro che sono disposti a bersela.

In una fase di crescente pericolosità dell’ambiente internazionale le democrazie europee potrebbero, in breve tempo, non essere più in grado di trovare le soluzioni adeguate per fronteggiare le sfide e le minacce. Una delle ragioni è che le classi politiche democratiche hanno in larga misura perso la capacità di indirizzare le opinioni pubbliche. A causa, principalmente, dell’indebolimento dei partiti. Quelli di un tempo, grazie al loro forte insediamento sociale, erano in grado di plasmare, almeno in parte, l’opinione pubblica. I partiti deboli di oggi, per lo più, non sono guide ma megafoni o specchi riflettenti: scaricano direttamente in politica gli umori che circolano nel Paese. Ma se viene meno la capacità di indirizzare l’opinione pubblica diventa assai problematico mantenere una continuità di indirizzo nella politica estera nonché operare con l’accortezza necessaria per tenere a bada le minacce.

Tenuto conto degli orientamenti prevalenti nel Paese nonché delle posizioni di un importante partner della sua coalizione, ossia la Lega, va riconosciuto a Giorgia Meloni il merito di avere tenuto la barra dritta nel sostegno a Kiev. Però è improbabile che nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni, ciò possa ripetersi. Non spinge in quella direzione il Paese. Con i cui umori appaiono maggiormente in sintonia i 5 Stelle, Vannacci, Salvini, Avs. La loro azione combinata, plausibilmente, imprimerà una svolta nella politica italiana sulla cruciale questione della sicurezza europea.
Che alla Casa Bianca ci sia Trump è sicuramente un fattore potentemente destabilizzante per le democrazie europee. Ma Trump è, per molti versi, il prodotto dei cambiamenti intervenuti nella posizione internazionale degli Stati Uniti. Il declino, sia pure relativo, della potenza americana toglie alle democrazie europee quella protezione che ne aveva garantito stabilità e durata. Ne deriva un generalizzato «liberi tutti»: dalla Germania alla Francia all’Italia, gli umori illiberali (di cui gli atteggiamenti verso l’Ucraina e verso la Russia sono un sintomo) possono manifestarsi liberamente. La partita, ovviamente, resta aperta. Occorreranno statisti, leader autentici, per difendere, nei prossimi anni, la democrazia (occidentale). Naturalmente, non ci sono garanzie. Nelle crisi sguazzano imbonitori e sfasciacarrozze di ogni tipo. Ma sono anche le occasioni in cui, qualche volta, la democrazia trova i leader con le qualità necessarie per difenderla.

 

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