Sulla difesa comune le basi ci sono. Ma tocca ai partiti spiegare all’opinione pubblica che il mondo ora è più insicuro

Nel 2008, durante una missione in Africa, il sergente Gilles Polin fu ucciso da una pallottola dell’esercito sudanese. Il primo caduto in nome dell’Europa indossava una uniforme francese, sulla quale era cucita la bandiera della Ue. Si trattava infatti di un’operazione Eufor, sotto il comando di un ufficiale irlandese, con militari svedesi, belgi, austriaci, francesi e irlandesi. Un triste evento, e purtroppo solo una goccia nel fiume della violenza che ancora scorre in molte aree del mondo.
L’episodio offre tuttavia almeno tre preziosi spunti di riflessione. Primo: il nucleo di una difesa europea è già esistente. Da quasi vent’anni la Ue è impegnata in missioni estere: attualmente ne sono in corso 21, di cui 9 a carattere militare, coordinate dallo stato maggiore della Ue (sì, esiste). Non c’è ancora un esercito permanente, però sono attivi numerosi «gruppi tattici» (battaglioni) multinazionali, pronti a mobilitarsi in caso di necessità. Ci sono una anche una Agenzia europea per la Difesa e un Fondo per la pace, che finanzia aiuti militari (ad esempio all’Ucraina), con una dotazione di 12 miliardi di euro. Il secondo spunto riguarda gli obiettivi strategici: la difesa europea ha fini protettivi e preventivi. Le armi hanno funzione deterrente e sono usate in contesti (ieri in Ciad, oggi in Ucraina) dove qualcun altro ha iniziato la guerra. Le bombe di Putin costituiscono una crescente minaccia, soprattutto in caso di disimpegno americano. Idispositivi di sicurezza vanno oggi rafforzati non solo per promuovere la pace ma anche per garantire la protezione del territorio e dei cittadini Ue. Terzo spunto: le truppe Ue non possono che indossare un doppio cappello, nazionale ed europeo. Anche ai militari si applica infatti la logica della cittadinanza europea, che si sovrappone ma non sostituisce a quella nazionale.
Ai funerali del sergente Polin erano presenti non a caso sia il presidente francese Sarkozy, sia l’Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza Ue Solana. Il doppio cappello crea inevitabilmente tensioni, ma è un vincolo collegato alla natura stessa della Ue come sistema multi-livello, privo di un autonomo centro federale. Per tante ragioni, i governi nazionali non condividono volentieri la sovranità militare. Il realismo impone di evitare sia le fughe in avanti sia la rassegnazione. Macron ha ecceduto in ambizione quando ha detto che l’Europa farà «tutto ciò che serve» per difendere l’Ucraina. D’altra parte, le critiche di Scholz hanno sorpreso: la sua riluttanza ad agire è in realtà smentita dalle iniziative già in corso, sostenute anche dalla Germania.
Se non partiamo da zero, la domanda da porsi è ora: dove andiamo da qui? Qualche giorno fa Ursula von der Leyen ha usato la formula giusta: va costruita una Unione europea della difesa, capace di creare maggiori sinergie fra le forze armate nazionali, mobilitare il bilancio Ue per gli investimenti in difesa e realizzare una infrastruttura comune di deterrenza e protezione. Il modello organizzativo potrebbe essere quello della Unione europea della salute, realizzata in soli due anni durante il Covid. Un precedente importante sia per il finanziamento comune (a valere in quel caso sul Next Generation Eu) sia per il conferimento alla Commissione di una nuova prerogativa: quella di dichiarare lo stato di emergenza. Sappiamo che le opinioni pubbliche sono poco informate e poco disposte a fare sacrifici sul piano del welfare per accrescere le risorse a disposizione per la difesa. I governi non hanno interesse a parlare di questi temi agli elettori. Lo potrebbero fare i partiti: i loro leader non possono ignorare che la prosperità economica e sociale presuppone la sicurezza fisica. A giudicare dalle prime mosse della campagna elettorale europea, questa consapevolezza sta finalmente emergendo. I due principali partiti europei, socialisti e popolari, hanno appena adottato i propri manifesti (altri partiti non ancora). Entrambi prendono atto della nuova minaccia russa e della necessità di rafforzare difesa e sicurezza. Vi sono però orientamenti diversi per quanto riguarda le capacità militari. Il manifesto socialista si limita a pochi cenni, mentre quello dei popolari contiene indicazioni più dettagliate, che ricalcano l’agenda von der Leyen. Si auspica un esercito permanente capace di risposta rapida, un ombrello anti missile e uno scudo nucleare. E si propone un Fondo per le operazioni militari esterne a cui dovrebbero contribuire tutti i Paesi, anche quelli che non sono disposti a mobilitare i propri soldati. Proposte esplicite, impensabili in passato. Si dice spesso che in Europa i partiti non contano. Non è proprio così. Molte delle riforme in discussione richiedono l’assenso del Parlamento europeo. Per loro natura, i partiti agiscono in una logica trans-nazionale, utile per temperare i conflitti tra fra Paesi. Il ruolo principale che i partiti possono svolgere è però soprattutto quello di parlare all’opinione pubblica. Tocca a loro spiegare che il mondo è diventato più insicuro, che gli sforzi diplomatici e le missioni umanitarie da soli non bastano. Il rafforzamento di una difesa comune europea non è più rinviabile. E non può essere un pasto gratis.

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