30 Ottobre 2026

Crisi demografica e welfare: la soluzione è nell’artico 4 della Costituzione

In questi anni vengono a congiungersi, producendo insieme effetti contrastanti, quattro fenomeni: denatalità, aumento dei pensionati rispetto agli occupati, aumento delle speranze di vita alla nascita, debole crescita della produttività. Nel 2025 sono nati 3,8% di bambini in meno rispetto al 2024 e nei primi sette mesi del 2026 la decrescita è continuata: diminuiscono i potenziali genitori e si riduce la propensione ad avere figli. Gli italiani erano 60,3 milioni nel 2014, sono diminuiti a 58,9 milioni nel 2024, saranno 55 nel 2050.
Un salto indietro di cinquant’anni perché siamo ritornati al numero del 1974.
Vi sono oggi 68 pensionati ogni 100 occupati, cioè 1,47 occupati per pensionato. La prospettiva per il 2050 è un rapporto di uno a uno tra persone in pensione e occupati. Oggi tre occupati per due pensionati, nel 2050 un occupato per pensionato.
La speranza di vita alla nascita è oggi di circa 82 anni per gli uomini e di 86 per le donne. Rispetto a cinquant’anni fa, vi è stato un aumento di circa 12 anni per gli uomini e 10 per le donne. Questo significa che in circa due generazioni abbiamo guadagnato più di 10 anni di aspettative di vita. Ancora più significativo è il dato secolare perché dal 1925 al 2025 se ne sono guadagnati 30.
Alla contrazione della popolazione in età lavorativa si accompagna la debole crescita della produttività: tra il 1995 e il 2024, quella del lavoro è aumentata in Italia dello 0,3 medio annuo contro l’1,5 nell’Unione europea. Il ristagno della produzione per ora lavorata rende più difficile compensare la futura diminuzione dei lavoratori e sostenere la crescita dei redditi. La produttività italiana cresce molto lentamente negli ultimi trent’anni, con un andamento peggiore della media europea.
Alcune di queste tendenze rappresentano buone notizie, altre cattive. Siamo sempre di meno, viviamo sempre più a lungo, i pensionati aumentano, gli occupati diminuiscono, la produttività è quasi stagnante. Messi insieme, questi dati comportano però conseguenze importanti, collettive e individuali. Se, da un lato, godiamo di una vita più lunga e di un più lungo lasso di tempo nel quale la società ci dà un sostentamento senza obbligarci a lavorare, dall’altro siamo sempre di meno, produciamo di meno, gli occupati diminuiscono e si affacciano molti dubbi sulla capacità dello Stato del benessere di sostenere a lungo i benefici che ci ha assicurato finora.
Se vogliamo preoccuparci del nostro futuro, per uscire dalla situazione che si delinea, quali sono i rimedi? Una indicazione viene da quella Costituzione di cui tanti fanno una bandiera senza conoscerla e senza sapere quante delle sue promesse non sono state mantenute. Una di queste è scritta nell’articolo 4. Questo, dopo aver riconosciuto a tutti i cittadini il diritto al lavoro, stabilisce che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». È un articolo che nasce da una proposta del leader comunista Palmiro Togliatti nell’ottobre del 1946 e che viene emendata e rielaborata dai due più illuminati leader della Democrazia cristiana, Moro e Dossetti. Essi pensavano che occorresse accompagnare al diritto al lavoro il dovere di lavorare, non limitato al lavoro remunerato e immediatamente produttivo. Pensavano a «lavori socialmente utili», che comprendevano anche l’attività familiare e priva di remunerazione. Moro parlava di un «dovere sociale del lavoro» e di un «contributo che ogni uomo deve dare alla società umana, che per i cristiani è una comunità di fratelli». Dossetti includeva nelle «attività doverose del cittadino anche quelle spirituali».
Già oggi il numero di pensionati che continuano a lavorare, secondo l’Istat, è del 6% dei beneficiari di una pensione tra i 50 e 74 anni. Un dato più alto è fornito dall’Inps, secondo il quale l’8,5% delle persone lavora a un anno dal pensionamento. Individuare un lavoro socialmente utile per chi abbia terminato la propria prestazione lavorativa e goda di una pensione presenta vantaggi sia per la società, sia per gli individui. Se si va in pensione mediamente intorno ai 65 anni, a causa delle uscite anticipate, e se le aspettative di vita sono di 83,7 anni, tenendo conto di ambedue i sessi, c’è quasi un ventennio che segue l’età scolare e quella lavorativa. L’età in cui si gode della protezione sociale diventa più lunga. Per rendersi conto della dimensione del fenomeno, bisogna ricordare che il primo sistema nazionale obbligatorio di assicurazione per la vecchiaia, quello introdotto da Bismarck in Germania con una legge del 1889, che fu applicata dal 1891, prevedeva la pensione di vecchiaia a settant’anni, ma che la speranza di vita alla nascita dei tedeschi a quell’epoca non superava i quarant’anni, essendo fortemente influenzata dall’altissima mortalità infantile.
Questo consente di capire quale spreco di capitale umano vi è nel limitato impegno sociale di chi termina l’attività lavorativa e che, grazie ai quasi vent’anni di vita guadagnati, può ripartire, cominciare una nuova vita e persino ricominciare una formazione da adulto. Questo corrisponde anche a un interesse individuale, oltre a quello della comunità nazionale, perché quei vent’anni che sono stati regalati alle attuali generazioni, possono essere utilizzati non solo per andare ai giardinetti, o accompagnare i nipoti a scuola e guidarli nei compiti a casa, ma anche per un compito, retribuito o non retribuito, utile alla collettività, legato o slegato alla precedente esperienza lavorativa e comunque tale da assicurare i due benefici, per la collettività un aumento della produttività, per l’individuo un fattore di socializzazione.

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