11 Dicembre 2025
violenza donne

Migliaia di avvocate, assistenti sociali, volontarie e psicologhe fanno fronte a chiamate continue negli oltre 460 centri in Italia: «La pancia del Paese non è ancora cambiata»

Squilla il telefono. Di continuo, a tutte le ore. Nei centri antiviolenza, nelle case rifugio, al numero verde, persino sulle linee private, il tempo è scandito da quel suono. Chi risponde, chi si mette al lavoro quando una donna chiede aiuto? Altre donne. Le operatrici di tutta Italia, migliaia, in più di 460 strutture. Assistenti sociali, avvocate, psicologhe, sanitarie, professioniste, volontarie. Che inforcano occhiali speciali, le lenti di genere: guardare meglio, dare un nome alle cose. E stare, tenere l’albero nel vento, fare rete.

Un lavoro continuo e precario
Circa 6 milioni e 400 mila donne italiane tra i 16 ai 75 anni hanno dichiarato di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale, dice l’ultima rilevazione Istat, nelle ore in cui camminiamo tra le voci delle donne che sostengono le altre. «Non siamo “parcheggi”, non siamo un servizio di parte, il nostro è un lavoro politico».
Giulia Nanni, 35 anni, è Responsabile dell’accoglienza alla Casa delle Donne di Bologna, realtà radicata nell’atlante del femminismo: 990 accolte solo nell’ultimo anno. «Io resto un’operatrice del centro antiviolenza, sempre».
Vuol dire dietro la scrivania ma anche fuori dalla stanza, dentro il contratto retribuito ma soprattutto quando nessuno conta lo straordinario invisibile. Le pause pranzo non esistono, i cartellini restano un concetto astratto. La violenza, invece, è un fatto. Dimmi che giorno ti aspetta, ogni giorno. «Il centro apre alle 9, dovrebbe chiudere alle 17. Ma non chiude mai. Chiama chiunque: le donne che subiscono violenza, i servizi, i familiari. Facciamo colloqui, scriviamo relazioni, attiviamo competenze territoriali e singole professionalità per sindromi postraumatiche, raccogliamo e analizziamo dati, costruiamo percorsi personalizzati, gestiamo ingressi in emergenza e offriamo sostegno alla genitorialità. A volte le donne arrivano qui con le valigie».
Quanto vale il vostro lavoro? «9,5 euro lordi all’ora, 10,5 per chi ha ruoli di responsabilità». Contratti precari, in casi speciali, stabilizzazioni. Oltre l’impegno delle volontarie. «E una singola operatrice può gestire fino a 40 percorsi in autonomia nello stesso momento. O diciamo no, o facciamo il triplo del possibile».

Capire che è violenza e poi denunciare
«Parliamo di donne che scelgono di mettere insieme competenza e passione politica», rivendica Lella Palladino, Vicepresidente della Fondazione UnaNessunaCentomila. Dall’87 si occupa di contrasto alla violenza e questioni di genere, oggi anche della scuola nazionale permanente di operatrici antiviolenza.
«Si fatica a capire come funziona la violenza nei contesti di intimità: le donne non riescono a denunciare perché per prime non percepiscono il reato e sono avviluppate in dinamiche relazionali complesse. La tensione, l’esplosione, le remissione. Quel “perdonami, io ti amo”. Tutto questo porta molte a sentirsi parte del meccanismo maltrattante. E poi, i vincoli esterni: il maschile dominante, la mancanza di autonomia economica – più del 70% delle donne che chiede aiuto a un centro non ha una propria indipendenza – e uscirne è difficile. Per le migranti un doppio svantaggio. Ma il coro non lo sa». E allora, come si cura? «Costruendo alleanze tra esperienze vecchie e nuove, riconoscendo la pluralità: è il nostro dovere. Abbiamo rotto il muro del silenzio, ma non è cambiata la pancia del Paese».

La giustizia sociale nei beni confiscati
Daniela Santarpia presiede la Cooperativa Eva, un’organizzazione strutturata, in Campania dal ’99, che promuove spazi di contrasto alla violenza e di giustizia sociale anche nei beni confiscati. «La libertà passa per il lavoro. Noi dedichiamo molto ai percorsi di reinserimento lavorativo, che significano una vita nuova». È una lotta quotidiana? «Il nemico invisibile è il sistema: l’assenza di una vera protezione, la mancata applicazione delle leggi, la parcellizzazione dei fondi che non offre garanzia di continuità. Ci sono stati anni in cui abbiamo pensato di chiudere tutto, per mancanza di liquidità e ritardi nei pagamenti». E in questi casi cosa fate? «Fideiussioni personali, per poter pagare gli stipendi e tenere aperti i servizi. Chi lavora, come noi, in una cooperativa sociale sa che deve esporsi in prima persona. Con i nostri beni, con le nostre case». Mai senza pensieri.
«I percorsi sono così lunghi e complessi che, più competenze ci sono, più ne servono», dice Denise Milani, responsabile dell’accoglienza di SVS Donna Aiuta Donna di Milano, nata dalla pionieristica Alessandra Kustermann, che nel ’96 aprì il primo centro pubblico per le vittime di violenza sessuale e domestica. «Essere in tante aiuta a darsi forza reciprocamente, perché a volte il senso di sconfitta porta all’esasperazione. Dobbiamo arrenderci a una verità scomoda: quante volte mi sono detta “lei deve laurearsi”, “con quella intelligenza potrebbe tutto”, ma era il mio progetto, non il suo». E allora? «Imparare a gioire delle piccole vittorie. Una donna che riesce a portare da sola il figlio a scuola? Eccolo: il successo del lunedì».

Incontri che cambiano la vita
L’incontro epifania, per Maria Pia Vigilante, giurista e voce della storica Associazione Giraffa di Bari, è avvenuto nelle aule di giustizia, primi anni novanta. Una giuslavorista che si trova ad ascoltare il rosario di violenze denunciato dalle donne delle famiglie di mafia. Quel potere criminale fondato su possesso, controllo e silenzio che Celeste Costantino racconta con zelo oggi in Predatori. Sesso e violenza nelle mafie. «Subivamo una guerra anche noi avvocate, era la caccia alle streghe. Fino ad allora non mi ero mai confrontata con la violenza vera, quelle testimonianze hanno segnato il confine della mia storia. All’epoca avevamo solo un centro per donne maltrattate ma sul quel terreno abbiamo costruito tanto. Case, progetti, sportelli, percorsi culturali. Facemmo i primi spot, su Telenorba, per parlare della tratta. Eravamo terra di sbarco e dall’Albania ci chiamavano le madri delle ragazze sparite nel girone dello sfruttamento della prostituzione». Cosa hai visto cambiare sotto ai tuoi occhi? «La coscienza civile». Qual è il pericolo di oggi? «La trappola di internet, ci finiscono inghiottite le giovanissime ma lo capiscono quando è troppo tardi». Cosa ti resta? «Non dimentico mai dove siamo nate».

Il ruolo degli uomini
Quanto conti la radice, lo sa Federica Scrollino, operatrice di BeFree, la cooperativa fondata nel 2007 con una vocazione al transfemminismo intersezionale, che gestisce case rifugio in Abruzzo, Molise, Umbria, Lazio. Nel cui impegno si sente forte la eco della fondatrice Oria Gargano, morta pochi giorni fa e compianta dalle compagne di tutt’Italia. «Dopo un’esperienza di ricerca in Brasile, capisco di volermi dedicare a questo. Oggi mi occupo di sensibilizzazione e formazione. Solo quando lavori in un centro capisci le dimensioni della violenza, quanto è pervasiva, quale voglia di rivoluzione ci prenda». Come si gestisce l’eredità delle grandi madri? «Conservando le pratiche, non ci sono dettati. Il femminismo ci lascia una postura nel mondo». Nessuna esclusa. «Gli uomini devono decidere se mettersi nel solco di questo cambiamento. E farlo presto».
Militanza, competenza, dedizione. Un manifesto umanissimo. «Quando una sorella dice “ti posso abbracciare?” so di aver fatto la mia parte. L’unica cosa che non ha prezzo».
«Scusa, devo andare», dicono tutte. Squilla il telefono.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.