Non è sfuggito che a differenza di Antonio Tajani l’altro suo vice, Matteo Salvini, ha evitato di esporsi in prima persona lasciando il compito di esprimere «soddisfazione» per l’accordo a un comunicato della Lega. Poco importa che a firmare il Patto sia stato il leghista ministro Economia, Giancarlo Giorgetti. La campagna elettorale per le europee incombe

Giorgia Meloni sta bene attenta a non cantar vittoria per l’accordo raggiunto sul Patto di stabilità. Anzi, ci tiene a mettere subito nero su bianco il rammarico per il “no” alla richiesta italiana di escludere automaticamente le spese per gli investimenti strategici, come quelli per la transizione verde e digitale, dal conteggio dei parametri da rispettare.
Certo l’intesa è «importante», le nuove regole hanno «meccanismi innovativi», «si terrà conto degli investimenti del Pnrr» così come «dei maggiori costi sugli interessi» e le spese per la difesa «saranno considerate separatamente in quanto fattori rilevanti» ma – è sottinteso – “avremmo voluto di più”.
Non sono certo toni trionfalistici. Al contrario di quanto invece nelle stesse ore vanno dicendo esponenti della sua maggioranza e del suo stesso partito che parlano di “accordo storico” e di “fine dell’austerity”. E non tanto e non solo perché i suoi avversari esterni – vedi i leader di Pd e M5s, Elly Schlein e Giuseppe Conte – già l’attaccano sostenendo che il governo Meloni si è piegato al diktat di Berlino e ha compromesso il futuro del Paese. Quel che più la preoccupa sono gli avversari interni.
Non è sfuggito che a differenza di Antonio Tajani l’altro suo vice,

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