La proposta così com’è stata elaborata dal governo non funziona. La premier deve migliorarla

Ambiguità e aleatorietà dei calcoli politici. La scelta che risulta vincente al momento, se reiterata in un momento successivo, può portare alla rovina. Prendiamo il caso del premierato. È impossibile che Giorgia Meloni non abbia capito che la riforma così come è stata fin qui elaborata e proposta dal governo non va, non funziona proprio. Perché allora si ostina a sostenerla in questa forma, perché non introduce i correttivi che ne farebbero un progetto credibile e, probabilmente, vincente? Al momento, plausibilmente, non ritiene di poter fare questo passo perché non vuole correre il rischio di destabilizzare la maggioranza di governo. I correttivi che dovrebbero essere introdotti per rendere il premierato una riforma credibile sono, a quanto pare, inaccettabili per alcuni (come Matteo Salvini). Introdurli metterebbe forse a repentaglio la stabilità del governo.
Si immagina però che Meloni abbia ben chiaro il fatto che se, a elezioni europee avvenute, quei correttivi non ci saranno, allora ella si troverà a rischiare grosso in un eventuale, probabile, referendum costituzionale. Intendendo per correttivi, ad esempio, il ballottaggio che è necessario per eleggere un premier con maggioranza assoluta, un sistema elettorale adeguato (il meglio sarebbe un maggioritario a doppio turno), una riconsiderazione del peso e del ruolo del voto degli italiani all’estero.
Quest’ultimo è oggi un problema politicamente marginale ma non lo sarebbe più in presenza della polarizzazione elettorale necessariamente associata al premierato. I correttivi che servono sono già stati portati all’attenzione del mondo politico da chi non è pregiudizialmente contrario alla riforma ma a patto che sia fatta bene. Ne hanno parlato Antonio Polito (Corriere della Sera,9 maggio), Stefano Ceccanti (Il Foglio, 8 maggio), Giuseppe Calderisi(Il Messaggero, 10 maggio). Ne ha trattato in un convegno a Roma il 6 maggio il gruppo, politicamente trasversale, animato dalle associazioni Magna Carta, Libertà Eguale,Io Cambio, Riformismo e Libertà.
Se la riforma non cambiasse in meglio è facile immaginare quali sarebbero gli schieramenti nel referendum costituzionale. Ci sarebbe l’opposizione intransigente dei soliti noti, quelli che «non si tocca la Costituzione nata dalla Resistenza», quelli che «la nostra è la Costituzione più bella del mondo». Con una punta di perfidia potrebbero essere definiti il «club Bella Ciao»: cominciarono, negli anni Ottanta con Bettino Craxi, dipinto in pose mussoliniane quando propose una riforma presidenziale e non hanno mai più cambiato parole d’ordine: voler modificare la forma di governo è come voler rifare la marcia su Roma. Nient’altro che fascismo. Cercarono di trasmettere questo messaggio anche all’epoca del tentativo di riforma di Matteo Renzi. Figuriamoci cosa possono dire ora (e già dicono), dato il passato di Giorgia Meloni. In un referendum i fan della «Costituzione più bella del mondo» avrebbero dalla loro tradizione e retorica antifascista. Soprattutto potrebbero contare sulla naturale tendenza di tante persone, quando messe alle strette, a preferire lo status quo (per quanto possano considerarlo insoddisfacente) al cambiamento e al «salto nel buio» che spesso si tende ad associare al cambiamento.
Dall’altra parte, certo, ci sarebbero il governo e la sua maggioranza. Il loro punto di forza starebbe nel fatto che a tanti italiani piace l’idea di eleggere direttamente i governanti. Il principale punto di debolezza consisterebbe nelle crepe al loro interno.  Ancora con una punta di perfidia (o di malizia) si può ipotizzare che qualche esponente della maggioranza sarebbe lieto di favorire una sconfitta dell’esecutivo: Giorgia Meloni ne uscirebbe politicamente bruciata e potrebbe forse nascere qualche nuova combinazione di governo.
Ma se la riforma sottoposta a referendum mantenesse la forma attuale, ci sarebbe anche — e sarebbe un guaio per Meloni —un terzo gruppo. Composto da coloro che, da un lato, sarebbero ben lieti di stappare bottiglie di champagne se i fan della «Costituzione più bella del mondo» (i conservatori costituzionali) venissero sconfitti, se fosse possibile finalmente superare la forma di governo attuale ma che, dall’altro lato, non potrebbero votare a favore di una riforma mal concepita e mal congegnata. Costoro probabilmente si asterrebbero. Poniamo che questo gruppo rappresenti non più del 4 o il 5% del corpo elettorale. In un referendum che si preannuncia assai incerto, una percentuale del genere potrebbe bastare per determinare l’esito della partita.
Lo sbaglio di Meloni potrebbe essere quello di ignorare la necessità di, si perdoni il bisticcio, riformare la sua proposta di riforma. D’altro canto gli sbagli dei conservatori costituzionali sono tanti. Il principale è che l’Italia si è potuta permettere una forma di governo che favoriva l’instabilità e la breve durata degli esecutivi quando navigavamo in acque internazionali tranquille. Oggi rullano da ogni parte i tamburi di guerra e le tempeste in atto non sembrano destinate a placarsi. Alla democrazia servono esecutivi stabili. Servono condizioni istituzionali che accrescano le probabilità di poter disporre di governi di legislatura. Il mondo è cambiato ed è cambiato in brutto. Per fronteggiarne le sfide servono capi di governo che una volta eletti possano disfare le valige, tenere con mani ferme il timone fino alla fine del mandato.

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