POLITICA
Fonte: La Stampa
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Il Consiglio dei ministri approva all’unanimità abolizione del Senato elettivo e del Cnel. “Grillo rosica”

ROMA

«Non so se ci sarà il lieto fine, ma questo è un buon inizio. Basta con i rinvii, questa legge è una grandissima svolta per le istituzioni»: Matteo Renzi si gioca tutto sulla legge costituzionale approvata «all’unanimità» dal consiglio dei ministri, che abolisce il Senato elettivo, il Cnel e riduce le competenze delle regioni. Una legge che il premier è sicuro sarà votata da una larga maggioranza e – tiene a rassicurare Berlusconi – da tutto il Pd, «perché i frenatori sono in minoranza nel Paese»; una rivoluzione che «vale da sola una carriera politica», che vorrebbe vedere approvata al suo primo giro di boa entro le europee e sulla quale è pronto a far saltare il banco. A chi obietta che la fretta nasconda un fine elettorale, Renzi dice che «è evidente come di fronte a un crescere del populismo, se la politica fa il suo mestiere e cambia, tutto è più semplice, se invece mette la testa sotto la sabbia e fa lo struzzo, deve andare tutta a casa».

 

Insomma, dopo anni in cui «i politici hanno fatto le cicale e i cittadini le formiche», è arrivato il momento che «i politici diano l’esempio». Siete pronti ad andare a votare se verrete fermati? (è una delle domande di una lunga intervista su SkyTg): «Non ci voglio neanche pensare e non sto a fare minacce, ma non sono uomo per tutte le stagioni. In questo momento chi vive un momento di sofferenza, o come dicono a Roma sta rosicando, è Grillo che si sente franare la terra sotto i piedi. Dunque se vogliono fare le riforme bene, se no sono pronto a fare altro nella vita».

 

Renzi non si nasconde che la posta in gioco sia alta, che per le europee il segnale che viene dalla Francia sia preoccupante. Ma evita accuratamente sia di alzare l’asticella su un Pd al 30% («sarebbe un errore, basta prendere un punto in più del 25% delle politiche, altrimenti metteremmo il nome nel simbolo»); sia di definire questo un test per il governo, la cui fonte di legittimazione è il Parlamento, che «se vuole ci manda a casa». Ma conferma che tutto il pacchetto di riforme, Senato, Province, riduzione dei rimborsi dei consiglieri regionali, («un avviso di garanzia non può valere come una condanna ma vanno eliminati i rimborsi per una valutazione politica») porti un miliardo di euro di risparmi.

 

E difende il richiamo della Serracchiani a Grasso in quanto esponente del partito. Bacchettando il presidente del Senato, perché «non credo sia intervenuto nella sua veste istituzionale, gli arbitri non possono giocare e se lo ha fatto ha commesso un errore dal punto di vista della forma e della sostanza». E comunque sia, sfida i contrari a mettersi di traverso, «il Pd voterà unito, altrimenti non saremo un Pd ma un Pa, un partito anarchico…»

 

Presto detta la riforma del titolo V, «mai più l’eccesso di conflitti tra regioni e stato, questo paese deve essere più semplice». E sintetizzata all’osso dal premier la legge costituzionale: «Si mette la parola fine ad una discussione trentennale, con quattro paletti. No al voto di fiducia del Senato, no al voto sul bilancio, no all’elezione diretta dei senatori, no indennità ulteriore». E i frenatori? «Saranno minoranza nel Senato e nel paese, c’è un’ansia di cambiamento che non si può bloccare».

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