Tutto il negoziato sui nuovi assetti è stato caratterizzato finora da strappi che hanno lacerato un tessuto istituzionale fragile

Se domina l’ideologia, perde l’Europa. È la logica di schieramento a segnare negativamente l’avvio di questa stagione post-voto della governance dell’Unione. Nella partita per gli incarichi di vertice sta per il momento succedendo il contrario di quanto sarebbe stato auspicabile. Al di là degli accordi che potranno arrivare, dopo il primo inconcludente conclave bruxellese, il rischio è che le istituzioni comunitarie escano ridimensionate in un’epoca di grandi sfide, prima fra tutte la guerra che si combatte ai nostri confini.
Lo stallo trova le sue spiegazioni nei singoli interessi in conflitto dei protagonisti. Gli errori, le sottovalutazioni e le fughe in avanti sono evidenti. Saranno necessari molti sforzi e una robusta dose di buona volontà. Mai come adesso, inoltre, la politica si era abbattuta con tanta pesantezza sugli assetti dell’Ue, condizionando ogni mossa e facendo diventare pretese «di bandiera» le aspettative delle forze in campo. Certo, le grandi «famiglie» sono sempre esistite, nel bene e nel male, e hanno sempre influito sugli equilibri dell’Unione. Una loro rifondazione, dopo la bufera del Qatargate, e una maggiore coerenza nella sintesi di posizioni spesso diverse, avrebbe facilitato la scelta dei cittadini, limitato la presa dei populisti, reso più difficili le acrobazie del dopo-elezioni.
Questo scenario — che è oggettivamente lontano dal disegno «al di sopra delle parti» tracciato dagli uomini che costruirono la nostra casa comune — è ulteriormente aggravato dall’intreccio irregolare tra la geografia politica complessiva uscita dal voto e l’area di riferimento a cui appartengono i singoli governi che spesso sono formati, per di più, da gruppi appartenenti ad alleanze diverse. Sono tante le asimmetrie che rendono l’Europa meno decisiva. L’incapacità di parlare con una voce sola viene da lontano. Ma trova spiegazioni anche molto vicine, forse troppo, alla dialettica di questo presente ideologizzato.
Non sarà un buon biglietto da visita, per i futuri assegnatari dei top jobs europei, essere così profondamente immersi nelle volontà della politica. La loro colorata maglietta di partito potrà distrarre dall’ascolto dell’inno alla gioia quando la squadra scenderà sul terreno di gioco. I prossimi responsabili istituzionali dell’Ue, insomma, non hanno niente da guadagnare ad essere il risultato di pressioni avvenute fuori dalla sedi istituzionali. Come hanno fatto i popolari, che hanno rivendicato una loro «guida forte» della commissione e stanno pretendendo una «staffetta» alla presidenza del Consiglio Ue, depotenziando così l’incarico che dovrebbe andare all’ex premier socialista portoghese António Costa.
I partiti sono all’attacco, ma c’è da dire che in questa fase sono stati anche i «numeri uno» a «ideologizzare» il processo delle scelte, convinti di poter combattere così i nemici dell’Europa che hanno in casa. Si pensi soprattutto a Emmanuel Macron e Olaf Scholz, che pur essendo stati puniti dal voto (e assediati sull’estrema destra da Marine Le Pen e, sul fronte moderato, da Friedrich Merz) tentano di conservare il comando delle operazioni. C’è stato poi chi, come la presidente della commissione uscente, Ursula von der Leyen, ha agito per proprio conto, contribuendo in qualche modo ad accrescere lo spazio per le manovre, aprendo qualche porta, chiudendone altre. Non è un caso che politico.eu abbia contato i baci sulla guancia che l’ex ministra di Angela Merkel si è scambiata lunedì con gli altri protagonisti del vertice: due per quasi tutti, tre per il premier belga Alexander De Croo, zero per il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, una stretta di mano per l’uomo forte ungherese Viktor Orbán.
Tutto il negoziato in corso, iniziato ben prima delle elezioni per il nuovo Parlamento, è stato caratterizzato finora da alcuni strappi che hanno lacerato un tessuto fragile. Pur legittimata dalla presenza di una maggioranza simile all’attuale nell’emiciclo di Strasburgo, la conventio ad excludendum invocata dal presidente francese e dal cancelliere tedesco sta finendo per avere il senso di isolare un’Italia il cui governo è uscito rafforzato dal voto (ma è però indebolito, d’altra parte, dalla presenza al suo interno di una forza euro-antagonista come la Lega di Matteo Salvini). L’Italia ha il diritto di fare sentire la propria voce negli sviluppi dell’Unione (anche in virtù delle scelte compiute in politica estera, sostenendo l’Ucraina che dovrebbe iniziare a fine mese i negoziati di adesione) e non può essere lasciata ai margini. Sarebbe un grave sbaglio. Il dialogo deve andare avanti, tenendo conto della realtà. È nell’interesse di tutti, ma soprattutto della stessa Europa.

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