Il programma di assunzioni varato con il concorso per altri 30 mila posti di insegnante non si concilia con le ristrettezze di bilancio e il piano di dimensionamento degli istituti

È stato bandito il concorso per 30 mila posti di insegnante (10 mila nelle scuole primarie e dell’infanzia, 20 mila nella scuola secondaria) ed un altro per 14 mila posti è atteso. Seguendo un pessimo andazzo, che non assicura eguaglianza dei punti di partenza, il 30 per cento dei posti è riservato a chi ha prestato, quale precario, tre anni di servizio negli ultimi 10 anni. Il concorso si svolgerà con prove semplificate: un test a risposta multipla e una prova orale consistente in una lezione simulata nella materia prescelta. Ma il concorso avrà regole sulla selezione e sulla formazione iniziale degli insegnanti più rispettose del principio del merito di quelle precedenti.
Contemporaneamente opera il rinnovato piano di dimensionamento della rete delle scuole autonome, che deve tener conto della denatalità, e fa una stretta sull’8 per cento degli istituti, con una riduzione in due anni di centinaia di dirigenti, pur mantenendo lo stesso numero di plessi (40 mila), riduzione che ha già prodotto proteste molto vive in molte regioni italiane, anche con ricorsi, che la Corte Costituzionale ha tuttavia rigettato.
Mentre, però, nei Paesi Ocse vi sono 14 studenti per docente nei percorsi liceali e 15 in quelli tecnico-professionali, in Italia abbiamo 11 studenti per docente nei primi e 9 nei secondi. Questo dovrebbe far riflettere sull’utilizzo della scuola come strumento per risolvere problemi occupazionali (ciò che spiega l’interesse dei sindacati per la scuola).
Per rispettare il Pnrr, bisognava coprire i posti ora occupati da supplenti con insegnanti vincitori di concorso e in possesso di una formazione iniziale abilitante alla professione di insegnante, ma il «vincolo esterno» è stato usato in prevalenza per stabilizzare i troppi precari.
Si rischia così di vanificare l’occasione di migliorare il sistema scolastico italiano che è molto grande e coinvolge molte risorse umane: 800 mila alunni nelle scuole paritarie (soprattutto dell’infanzia) private o di enti locali e circa 7,2 milioni nelle scuole statali, che impiegano circa 200 mila tecnico-amministrativi, 700 mila insegnanti di ruolo, 170 mila supplenti annuali o per periodi prolungati e un numero ignoto di precari a breve termine e saltuari che, in base alla spesa, equivale a circa 50 mila altre unità di personale.
Nonostante l’alto numero di docenti, il sistema scolastico ha un basso rendimento ed è un fattore della scarsa produttività del Paese. Metà degli studenti esce impreparato, gli abbandoni sono molto alti, un giovane su cinque è senza diploma, il numero dei laureati tra le persone da 25 a 34 anni è meno del 30 per cento in Italia (in Corea del 70, in Canada del 67, in Giappone del 66). Come ha osservato già qualche anno fa Gianfranco Cerea, anche se le condizioni di partenza degli alunni sono sostanzialmente le stesse fra Nord e Sud, lo Stato non riesce a garantire gli stessi risultati scolastici, nonostante l’uniformità delle normative e della distribuzione degli insegnanti in rapporto agli alunni.
La spesa per l’istruzione in Italia è del 4,2 per cento del Prodotto interno lordo, mentre nella media dei Paesi Ocse è del 5,1 per cento. L’età media degli insegnanti è alta, al di sopra dei cinquant’anni. Il salario reale, nella secondaria inferiore, è aumentato nei Paesi Ocse di poco meno dell’1 per cento annuo dal 2015, mentre in Italia è diminuito dell’1,3 per cento, ciò che ha ridotto l’attrattività della professione. E a questo bisogna aggiungere i ritardi nella ripresa educativa dopo il Covid.
Il ministro dell’Istruzione è impegnato nel rilancio della scuola del Mezzogiorno, dove maggiore è la povertà educativa: le province con più residenti con basso livello di istruzione (eguale o inferiore alla licenza media) sono nel Sud. Tuttavia, in assenza di una accurata «spending review», colpiscono altri divari. Nella scuola dell’infanzia statale la spesa corrente «pro capite» al Sud è più alta che al Nord, dove in molte regioni prevale quella paritaria.
L’altra priorità del ministro riguarda l’istruzione tecnico-professionale, nel tentativo di coniugare scuola e tecnologia e formare nelle materie scientifiche, per colmare il «gap» di conoscenze nel settore tecnico e matematico. Ma il Consiglio superiore della pubblica istruzione ha bocciato la proposta ministeriale sulla sperimentazione della filiera formativa tecnologico-professionale, e si attende ora l’approvazione parlamentare di uno specifico disegno di legge.
Altri problemi gravi incombono sull’istruzione. Il ministero e l’intera scuola sono troppo impegnati a gestire personale, piuttosto che a istruire, ed anche nella gestione del personale non riescono a superare le difficoltà esistenti, quella dei supplenti (un corpo che si riduce e si riespande continuamente), quella degli insegnamenti tecnico-scientifici, quella della formazione iniziale e continua degli insegnanti. In un sistema ben funzionante, prima di bandire concorsi, si valuterebbero la domanda di istruzione e le sue prospettive, il numero delle uscite, i fabbisogni aggiuntivi; si preparerebbe un «libro bianco»; si alimenterebbe un dibattito nell’opinione pubblica e in Parlamento, mentre in Italia si parte dalla coda: vi sono supplenti da sistemare, si bandiscono concorsi per stabilizzarli. Ci si può chiedere: quale interesse viene prima, quello dell’istruzione degli italiani o quello della sistemazione in ruolo degli insegnanti? Quanto è coerente il programma di assunzioni con le ristrettezze di bilancio e con la necessità di cercare di abbattere il debito? Che cosa spinge lo Stato ad assumere: i precari che vogliono entrare in ruolo o il fabbisogno di una istruzione migliore? Vengono prima gli studenti o prima gli insegnanti? È questo il modo per rimediare agli squilibri esistenti nella scuola, tra Nord e Sud? Perché non destinare una quota dei risparmi che può derivare dal «turn-over» ad aumentare gli stipendi degli attuali insegnanti?
Inoltre, si può continuare a governare dal centro un sistema complesso come la scuola o non bisognerebbe, invece, assicurare autonomia agli istituti scolastici? Come assicurare selezioni che non consistano in «infornate» di personale, che non sono funzionali, perché si finisce per assumere necessariamente «all’ingrosso»? Perché si continua ad assumere tanto personale mentre diminuiscono gli studenti e si chiudono le scuole?
Su tutti questi problemi, purtroppo, vi è uno scarso interesse dell’opinione pubblica e l’assenza di un dibattito nello spazio pubblico produce gravi effetti sulle decisioni.

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