Ancora una volta, Donald Trump ha fatto la scelta più azzardata. Ieri ha reagito al fallimento del negoziato in Pakistan, ordinando il blocco navale al largo dello Stretto di Hormuz. È oggettivamente difficile immaginare come questa decisione possa rilanciare un negoziato che, formalmente, non è stato interrotto e, nello stesso tempo, mantenere in vigore la già traballante tregua di due settimane, concordata martedì 7 aprile. In teoria, quindi, ci sarebbe tempo per riprendere le discussioni fino al 21 aprile. Trump crede di poter convincere gli iraniani a tornare al tavolo, usando la forza e le minacce. Il presidente degli Stati Uniti si sta arrogando il diritto di fermare, non si capisce a quale titolo giuridico, politico o morale, tutte le petroliere disponibili a pagare il balzello imposto da Teheran. D’altra parte, oggi l’alternativa per le navi cargo nello Stretto è chiara: rischiare di saltare sulle mine disseminate dai Pasdaran o farsi taglieggiare. Ma come e perché si è arrivati a questo punto? Quale può essere la via d’uscita?
Prima della guerra, nessuno in Iran aveva mai pensato di chiudere lo Stretto da cui transita, è sempre utile ricordarlo, circa il 20% del petrolio e del gas consumato nel mondo. Ciò avrebbe dovuto consigliare prudenza, soprattutto agli americani. Ma il vice presidente J.D. Vance si è presentato a Islamabad, la capitale del Pakistan, chiedendo più una resa che un accordo. Dall’altra parte, il presidente del parlamento di Teheran, Bagher Ghalibaf, non ha voluto fare alcuna concessione, come se il Paese non corresse il rischio di poter affrontare una nuova e, forse, ancora più massiccia ondata di bombardamenti. Come si poteva prevedere, lo scontro tra due approcci massimalisti non ha prodotto alcunché. In sostanza, è come se non fosse cambiato nulla rispetto al 27 febbraio scorso, quando il ministro degli Esteri dell’Oman, Al Busaidi, fu ricevuto alla Casa Bianca proprio da Vance. Il ministro omanita aveva mediato il summit a Ginevra ed era convinto che ci fosse margine per proseguire la trattativa. Ma Vance non accordò alcuna apertura significativa, in linea con le indicazioni trumpiane.
Il 27 febbraio come l’11 aprile, il passaggio chiave è stata la questione nucleare. Gli americani, spinti dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, vogliono azzerare le capacità dei laboratori atomici degli ayatollah. Pretendono la consegna degli oltre 400 chili di uranio già arricchito al 60%. Gli esperti spiegano che per costruire la bomba occorre salire al 90%: un progresso che, almeno in teoria, gli scienziati iraniani potrebbero compiere nel giro di settimane o qualche mese. Non di anni.
Vista da Tel Aviv questa è una minaccia letale; per Teheran è un fattore di deterrenza vitale. Finché non si troverà una formula di compromesso su questo snodo centrale, non vi è alcuna possibilità di intesa. Il problema è che finora non ci sono proposte concrete in campo. Né Vance, né Ghalibaf si sono mossi di un centimetro dalla loro posizione iniziale.
Il tentativo diplomatico americano è apparso indebolito in partenza dall’atteggiamento di Israele. Vance trattava e Netanyahu, imperterrito, continuava a bombardare il Libano, come se non ci fosse alcun collegamento con la guerra contro l’Iran. Neanche la delegazione iraniana ha mostrato la flessibilità necessaria per almeno tenere vivo il dialogo: hanno chiesto la rimozione totale delle sanzioni imposte dagli americani, sia pure a fasi alterne, dal 1979 e riconfermate dall’Unione europea nel 2016. Inoltre, Teheran pretende il risarcimento dei danni subiti nei 40 giorni di conflitto: altra condizione considerata inaccettabile da Washington.
Difficile, adesso, immaginare se e come il confronto andrà avanti. Trump si è appoggiato su sponde che, alla fine dei conti, si sono rivelate fragili. I governanti di Oman e Pakistan sono stati più che altro dei «facilitatori», cortesi padroni di casa, ma senza apportare alcun valore aggiunto politico. Finora gli europei sono rimasti tagliati fuori. Adesso Trump annuncia che la Marina britannica aiuterà quella americana nello sminamento di Hormuz. In realtà, il Regno Unito si sta muovendo più a largo raggio. Guida una nuova «coalizione dei volenterosi», composta da 41 Paesi, Italia compresa, che sta studiando un piano in quattro mosse per normalizzare i flussi del traffico marittimo. In grande sintesi: promuovere una votazione dell’Assemblea generale dell’Onu a favore della libertà di navigazione, garantita dal diritto internazionale; studiare altre sanzioni per aumentare la pressione sull’Iran; ottenere dai Pasdaran un corridoio marittimo sicuro per fare uscire le navi intrappolate nello Stretto; stabilire le priorità economiche con gli armatori e le categorie produttive più colpite. Ora servirebbe un quinto punto: una proposta vera di mediazione. Un documento scritto aperto all’adesione anche delle potenze finora rimaste defilate, come l’India e, in parte anche la Cina da cui è legittimo aspettarsi un impegno più diretto. Difficile? Sì, difficile. Ma c’è un precedente che si tende troppo spesso a rimuovere. L’accordo sul nucleare iraniano del 2015, sottoscritto da Stati Uniti, ma anche da Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Germania e con la partecipazione dell’Unione europea.

A.N.D.E.
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