Al di là delle opinioni di parte, «Meloni Giorgia detta Giorgia» è una scelta di politica interna e ha meno a che fare con l’Europa

Il mare e il vento. Poco altro. Un’isola sperduta in mezzo al Tirreno. Nell’anno 1941, quando pareva che Hitler dovesse stravincere e Mussolini ci era pure cascato, con fiuto da statista. È qui, a Ventotene, che due persone al confino, fuori dal mondo (e dalla logica), Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, mettono giù la prima stesura: «Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto». Anche se il termine «visionari» è usato spesso e a sproposito, si può dire che i due, almeno loro due, se lo meritano. Immaginare l’impossibile, l’Europa unita, mentre i soldati si trucidavano e i bambini morivano sotto le bombe, fa parte dei misteri e dei sussulti della storia. Un fatto è certo: quel sogno è nato in Italia.
A distanza di 83 anni, le guerre sono due. Alle porte. Una nel Vicino Oriente, sulla sponda est del Mediterraneo, e un’altra nella stessa Europa geografica, dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina. La prima sta incendiando Gaza ma pure le nostre università, le nostre piazze. La seconda è anche la battaglia del presente e del futuro della Ue, perché riguarda i suoi confini, la sua sicurezza, il suo peso nel mondo. E ce ne sarebbero poi altri, di conflitti europei. Quello tra noi e i cambiamenti climatici, che sembrava prioritario e si è perso da qualche parte, il pianeta capirà. Quello tra noi e l’economia al rallentatore, che abbatte i risparmi e soprattutto la fiducia delle persone. Quello tra noi e le diseguaglianze sociali, che fa vacillare il sistema del welfare, la più brillante invenzione europea dopo la democrazia.
Di fronte a tali e tante battaglie, con le armi o senza le armi, la politica italiana poteva puntare sulla scorciatoia o sulla visione. Inutile dire cosa stia scegliendo. La visione prevede (prevederebbe) un ventaglio di progetti chiari e forti, un’idea di Europa per i prossimi anni e magari decenni (ci piace esagerare), una squadra di candidati con talento, competenza, passione per le materie (ci piace molto esagerare). La scorciatoia è semplice, come sempre. Primo punto: la personalizzazione della politica, vota per me e poi ci penso io, anche se non mi siederò mai tra i banchi del Parlamento europeo. Secondo punto: vota contro questa sinistra o contro questa destra, poi vedremo dopo le elezioni cosa fare. Terzo punto: l’Europa così non funziona, ma vai a capire come dovrebbe essere.
«Scrivete Giorgia sulla scheda», ha detto la presidente del Consiglio. Un passo in più nel vasto campo dell’innovazione politica: io e te, elettore, nome di battesimo e rapporto diretto. Sulle liste per il voto dell’8 e 9 giugno, la premier è iscritta come «Meloni Giorgia detta Giorgia». Un modo per salvare la preferenza anche con il solo nome sulla scheda. Visto da Meloni, è la strada per sapere «se gli italiani pensano che stiamo facendo bene», per riaffermare sé stessa, «sono sempre e solo una di voi», per restare in campo, «i soldati quando devono non esitano a schierarsi in prima linea». Visto da un osservatore esterno, al di là delle opinioni di parte, «Meloni Giorgia detta Giorgia» è una scelta di politica interna e ha meno a che fare con l’Europa: i consensi non per andare a Strasburgo ma per vincere sugli oppositori e sugli alleati. Meglio: per un referendum sulla sua persona, sul suo governo. «Vota Giorgia» è un salto nuovo. Che nella nostra storia politica sarà la consacrazione di una leadership in Italia e fuori dall’Italia oppure la perdita della misura che non piaceva agli dei dell’antica Grecia.
Ma quando il portiere è distratto e il gol è facile, l’opposizione tira in curva. Frutto di un costante allenamento. Anche Elly Schlein, leader del Pd, si candida alle Europee, nonostante i consigli di Romano Prodi. Per prendere i voti qui, non per andare lì. Idem Carlo Calenda, dopo un lungo ondeggiare, la coerenza del dubbio. Non hanno dichiarato «Vota Elly» e «Vota Carlo», ma il senso è lo stesso: pure lei «detta Elly», mentre per lui tutto è possibile. Nella maggioranza corre anche Antonio Tajani, alla guida di Forza Italia, non si candida invece il leader leghista Matteo Salvini. Che ha lanciato Roberto Vannacci, il comandante della virilità e della normalità, alfiere di un (piccolo) mondo antico con i gay nascosti, i bimbi disabili in classi separate, gli italiani bianchi e felici.
Sarà ricordato anche come il voto della nostalgia: mentre il mondo diventa vario e colorato, si alza la bandiera della nazione tradizionale, dell’agricoltura tradizionale, della famiglia tradizionale (degli altri). Sulla lista dovremmo trovare «Vannacci Roberto detto il generale». Abbiamo inventato l’Europa, ma anche l’opera buffa. A Palermo, sette anni fa, si candidò «Figuccia Sabrina detta Angelo detto Vincenzo». Così. Per avere i voti anche nel nome del padre Angelo e del fratello Vincenzo.
Alle elezioni per Strasburgo del 2014 Matteo Renzi prese con il Pd il 40,8 per cento. Un trionfo. Al voto del 2019 Matteo Salvini conquistò con la Lega il 34,3 per cento. Un altro trionfo. «Vota Matteo» funzionò due volte. Ma per una stagione breve. Le elezioni europee sono la grande prova e possono diventare la grande illusione. Personalizzare serve davvero? E soprattutto: quanto dura? L’11 settembre del ’45 un altro visionario, Piero Calamandrei, immaginò la nuova Europa in un articolo sul Corriere d’Informazione. È quella di oggi. «La dottrina democratica non è fatta per arrestarsi e per concludersi alle frontiere nazionali». «Arriveremo al solenne riconoscimento della interdipendenza delle libertà». E alla fine e soprattutto: «Utopie di idealisti ingenui? Tutti noi ben sappiamo dove ci ha condotto il realismo degli uomini scaltri».

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