Programmi e primarie: due ambigue prospettive. Agli italiani serve equilibrio, non spettacolo e leader «strani»
Dopo l’emotivo recente referendum, le forze politiche ed i loro fiancheggiatori sindacali e mediatici si avviano alla decisiva sfida elettorale del prossimo anno, concentrandosi su due specifiche scelte: mettere a punto un serio programma; e darsi (con lo strumento delle primarie) una leadership capace di vincere. E tutta la macchina dell’informazione vive nella curiosità sull’esito di tali scelte, anche se, ma a ben vedere, esse non avranno un percorso facile; e, se non saranno adeguatamente gestite, rischiano l’inconcludenza, se non peggio.
Prendiamo per primo il problema della redazione di un significativo programma. Chi ha vissuto gli ultimi settanta anni (dal Piano Vanoni in poi) di programmi ne ha visti nascere e morire, quasi sempre elencando le «cose da fare». Si pensi al testo più tematicamente completo (il cosiddetto Rapporto Saraceno dei primi anni ’60): era completissimo, dalla scuola alla casa, dalla sanità alla politica culturale, dal lavoro ai settori industriali di punta; ma l’insieme delle singole politiche non riuscì ad avere fiato politico e consenso sociale. Ed anche chi (Ruffolo ed il Psi) ne fece una bandiera epocale si ritrovò spiazzato dalla intensa fenomenologia (di sviluppo e di crisi) di quegli anni.
Riproporre quella logica in un programma elettorale è roba da principianti o da ricercatori senza storia; si può girare l’Italia per percepire i bisogni del territorio o far partire gruppi di lavoro settoriali, ma si tratta di illusori esercizi. Proporre un programma sui temi percepiti come urgenti significa solo securizzare chi l’ha scritto e chi lo propone; per il resto della popolazione saprebbe di stancamente ripetuto. Ci vorrebbe invece una chiave di lettura unitaria. Non quella spesso declamata (la lotta alle diseguaglianze ed agli squilibri sociali), ma un esplicito affidamento alla responsabilità collettiva, di tutti i cittadini per una equilibrata dinamica quotidiana dei processi economici e sociali. Ed in fondo lo stesso risultato del recente referendum dovrebbe far capire che la popolazione preferisce la stabilità, lo status quo, garantito dalla cornice fissa della Carta Costituzionale a garanzia della pluralità e dell’equilibrio degli interessi e dei poteri.
E non è allora paradossale dire che rinunciare al programma come elenco della spesa potrebbe denotare la consapevolezza politica che gli italiani aspirano a una realtà socioeconomica stabile, quasi «omeostatica», in cui ogni strappo è giudicato negativamente, specialmente in un periodo internazionale portatore di prove sconvolgenti. Mantenere l’equilibrio con la pacatezza di un continuo aggiustamento alle vicende esterne potrebbe essere così, l’offerta politica accettabile, pur se non entusiasmante per la perpetua voglia di nuovo del movimentismo italico. E non si dica che è un’offerta che sa di democristiano: è più realisticamente quella con cui noi italiani abbiamo superato sbandamenti anche peggiori dell’attuale.
Queste considerazioni servono anche per capire cosa può succedere sul secondo fronte di preparazione alle elezioni del 2027, cioè la collaborazione delle primarie per darsi un’adeguata leadership elettorale, uno strumento però che comincia anch’esso ad apparire un po’ vecchio ed in più aperto a spregiudicate campagne d’opinione, ed a più o meno occulti pacchetti di voti. Bisogna quindi capire non le mode d’opinione, ma la logica di confronto su cui esse si svolgono. Partendo magari dalla realtà americana, quella a più lunga esperienza di primarie. Trump ha stravinto l’anno scorso su due fattori: da un lato ha esplicitato una critica feroce alla mediocre stabilità dei suoi predecessori (stanchi cultori del non cambiare e dell’omeostasi, in una società abituata alla retorica della «frontiera» e dell’andare oltre); e dall’altro lato ha sfruttato il valore mediatico della «singolare e quasi eccentrica» figura. L’ha spiegato bene il suo paraideologo Thiel dicendo che la società che resta omeostatica, paludosa o inerte, rischia una crisi radicale (lui dice un’apocalisse) se non ci si affida a leaders con una specifica qualità: la «singolarità». E non c’è dubbio che Trump sia molto singolare fino alla eccentricità (nei tratti, nell’eloquio, nel ciuffo, nei berretti, per non dire nelle sue «sparate bellicose»).
Non è facile che le cose si ripeteranno nell’Italia del 2027: un po’ perché il ciclo Trump sembra a declino ed un po’ perché noi italiani, sempre navigati precursori, ed un po’ perché di leader singolari, quasi eccentrici, ne abbiamo avuti parecchi (si pensi ai giudici di Tangentopoli, a Bossi, a Berlusconi, a Grillo ed in parte alla Meloni ed alla Schlein). E non è detto che si voglia continuare a privilegiare leaders a forte singolarità; o che invece di leader eccentrici, si possa prevedere il probabile ritorno della grisaglia o del doppiopetto. Finora ha spesso vinto il «famolo un po’ strano», ma non è detto che il trend valga fino al 2032, scadenza di chi vincerà nel ’27.
In conclusione, le due scelte politiche oggi privilegiate (stendere un programma e fare le primarie per la leadership) non sembrano in grande vigoria. Ma forse non ci sarà tempo per cambiare, e di conseguenza vincerà la tentazione di buttare tutto in caciara; rinviando alla prossima occasione l’impegno a governare l’omeostasi sociale e a fare nuova classe dirigente.
