Il presidente della Corte costituzionale: «I rilievi? Le nostre linee guida sono chiare»
Una eventuale pronuncia sulla costituzionalità della legge elettorale arriverà in tempo? Prima delle elezioni politiche?
«Dipende. Se si vota alla scadenza naturale della legislatura sicuramente sì».
E se si andasse alle urne in primavera? C’è chi parla di un giudizio della Consulta già a gennaio o a febbraio.
«Nell’ipotesi del voto in primavera si rischierebbe di arrivare sul filo. C’è il tempo necessario per instaurare un giudizio davanti al giudice ordinario; quello che impiegherebbe quest’ultimo per sollevare la questione; quello per pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’ordinanza del giudice dopo i controlli di rito; infine quello, di almeno un mese, per mettere in moto il giudizio costituzionale. La Corte potrà decidere di dimezzare i termini: è l’unico strumento di cui dispone per accelerare».
E non sarebbe straniante per i cittadini sapere solo ex post che la legge elettorale con cui hanno votato è in parte o in tutto incostituzionale, se questo fosse il giudizio?
«Lo scenario che lei ipotizza, ossia quello di un giudizio a Parlamento già eletto, sarebbe da evitare, ma comunque non sarebbe inedito. È accaduto nel 2014, quando venne dichiarata incostituzionale la legge Calderoli di circa dieci anni prima».
Giovanni Amoroso, seduto alla scrivania del suo ufficio nel Palazzo della Consulta, in piazza del Quirinale, distilla le parole con la misura del giurista. Si è appena conclusa la sua ultima udienza. Per il presidente della Corte sono giorni intensi: all’orizzonte si staglia la fine del mandato.
Presidente, il governo e la maggioranza di centrodestra guardano con una certa trepidazione verso il Palazzo della Consulta ora che la nuova legge elettorale è pronta.
«Posso dire che la giurisprudenza della Corte, nelle sue linee generali, è già delineata in due sentenze del 2014 e del 2017. I nodi principali, in passato, sono stati il premio di maggioranza, che persegue sì il legittimo obiettivo di favorire la formazione di stabili maggioranze parlamentari, ma che non deve essere di entità tale da determinare un’eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa, e le liste che, se bloccate, non possono essere lunghe, perché non consentirebbero al cittadino di esercitare la propria scelta in qualità di elettore».
Chi parla di incostituzionalità segnala l’indicazione del nome del premier, il numero di firme, 6 mila, da raccogliere per chi non è già presente in Parlamento, il premio di maggioranza per il Senato su base nazionale e non regionale, la mancanza di parità di genere nella scelta dei capilista.
«Il riserbo che credo debba tenere chi fa parte — o ha fatto parte — della Corte non mi consente di dire altro. Le questioni, se sollevate, saranno affrontate dalla Corte con il consueto approfondimento e con indipendenza di giudizio nel binario tracciato dalla sua giurisprudenza».
In questo Palazzo si valuta, principalmente, il rispetto della Costituzione. La nostra Carta è davvero la più bella del mondo? Così bella da essere intoccabile?
«La Costituzione non è intoccabile e infatti è stata modificata in più norme con leggi costituzionali. Però ogni tentativo di riforma radicale è sempre fallito. Penso alla commissione bicamerale di D’Alema, al tentativo di Berlusconi che arrivò all’approvazione in Parlamento nel 2005 senza però superare il successivo vaglio del referendum confermativo o alla riforma Renzi del 2016 che ebbe la stessa sorte».
Perché secondo lei?
«I nostri costituenti impiegarono un anno e mezzo a redigere una Carta che parte dai principi fondamentali, fissa i diritti e i doveri dei cittadini e poi disegna l’architettura dello Stato. È il patto fondante della nostra comunità nazionale. C’è una remora, una diffidenza comprensibile per riforme di ampio respiro che mettano in discussione le fondamenta di questo impianto».
Dalla registrazione all’anagrafe di figli nati da coppie di donne, all’allargamento della legge sulla fecondazione assistita, passando per il fine vita, la Consulta fa ciò che la politica si rifiuta di fare?
«È da 70 anni che la Corte incide sulla società con un’azione in effetti più pronunciata negli ultimi anni. Anche il dialogo con la Corte di giustizia è divenuto più intenso: si parla di spazio costituzionale europeo».
Con il Veneto sono quattro le Regioni italiane che hanno votato una legge per disciplinare l’applicazione del suicidio assistito. Rischiamo una geografia del fine vita?
«La Corte si è espressa in modo chiaro dichiarando incostituzionali alcune parti delle prime due leggi, ma riconoscendo comunque la competenza delle Regioni a legiferare. Turba però che ci siano regimi differenti e che quindi possa esserci una geografia asimmetrica di regole, foriera di spostamenti da una regione a un’altra. Ci vorrebbe una legislazione generale di principio».
Sono passati sette anni dalla prima sentenza sul fine vita e ogni proposta di legge è finita insabbiata.
«Ci sono sette sentenze e un’ordinanza “capofila” che delineano i limiti della non punibilità dell’aiuto al suicidio e numerosi moniti al Parlamento perché voti una legge in materia. Ma capisco che è un tema delicato su cui si confrontano diverse sensibilità. In Francia hanno recentemente adottato una legge; invece nel Regno Unito il rimpallo di una legge tra le due Camere è arrivato a un punto di stallo».
Lei è cattolico?
«Sì. Il sentimento cattolico si traduce nel rispetto per la vita e nella protezione dei più fragili. Ma allo stesso tempo il congedo dignitoso dalla vita non può essere tenuto fuori dalla porta. Un bilanciamento difficile, ma necessario».
I quattro criteri fondamentali fissati dalla Consulta per la non punibilità del suicidio assistito possono essere alterati dal Parlamento?
«Direi di no. Possono essere allargati. Per esempio può essere ampliato il ventaglio di ciò che si considera sostegno vitale».
In Parlamento ci sono disegni di legge che escludono da questo processo il Servizio sanitario nazionale. Sarebbe costituzionale?
«La Corte nelle sue sentenze ha esplicitamente indicato il coinvolgimento del Servizio sanitario e del Comitato etico».
Il suo mandato scade il 13 novembre.
«Concludo il mio percorso con soddisfazione. Durante la mia presidenza la Corte ha operato sempre con spirito di collegialità. Tante sentenze importanti. E poi c’è stata la celebrazione dei 70 anni della Corte: un’occasione per operare la ricognizione delle 4 mila sentenze di incostituzionalità e riflettere su cosa ha fatto e quanto ha pesato la Corte nella difesa della Carta, quale giudice delle leggi e arbitro nei conflitti tra i poteri. E quindi pietra d’angolo nella vita del nostro Paese».
