5 Novembre 2026
armi guerra

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«Finché c’è guerra c’è speranza» è il titolo di un film interpretato da Alberto Sordi negli anni Settanta: storia di un commerciante d’armi che contava sui conflitti africani per fare soldi. Storia grottesca, ma in sintonia con l’attualità di oggi, in cui ai conflitti dimenticati dell’Africa si aggiungono le guerre in Ucraina e nel Golfo e crisi latenti in tante parti del mondo. La guerra moltiplica gli affari di mercanti di morte, corruzione sulle forniture e per aggirare le misure di embargo, fortune e disfatte di gruppi armati, di mercenari, di guerriglieri e criminalità organizzata.
A questo scenario, si somma il grande mercato ufficiale degli armamenti, con industrie pubbliche e private che prosperano su programmi dei governi e sovvenzioni degli Stati.

L’anno scorso la spesa mondiale per armamenti ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, con un aumento progressivo da undici anni. In testa, per un terzo della spesa, gli Stati Uniti, che puntano a raddoppiarla, e i Paesi della Nato per oltre la metà del totale. Seguono la Cina, la Russia (circa duecento miliardi) e recentemente l’Europa, con un forte incremento degli investimenti a livello Ue (il piano Rearm Europe) e di spesa di singoli Stati, con in testa Germania, Polonia e Paesi Baltici. Da notare, la spesa della sola Ucraina, vicina ai cento miliardi, e di Israele, attorno ai cinquanta miliardi.
Che cosa spinge i governi ad aumentare la spesa? C’è la logica della paura: è il caso dell’Europa di fronte alle presunte minacce russe. C’è la strategia imperiale degli Usa, cui si contrappone la strategia imperiale della Cina. Ci sono ambizioni di medie potenze regionali, come la Turchia, il Pakistan, l’Arabia Saudita che proprio in questi giorni hanno stretto un’alleanza difensiva e militare. C’è la storica posizione d’Israele, minacciato e «costretto» alla guerra permanente, come ha teorizzato all’Onu il premier Netanyahu.

Ma c’è anche qualche cosa di meno esplorato nella corsa al riarmo. Ed è la conseguenza della guerra mondiale «a pezzettini» di cui parlò Papa Francesco, ovvero una conflittualità permanente, che si autoalimenta con la paura del vicino, umilia la diplomazia, non trova soluzioni o le annulla anche quando sono a portata di mano. La guerra «a pezzettini» richiede investimenti sempre più importanti, sollecita la ricerca per migliorare l’armamentario tecnologico, surroga la politica che non governa più i processi, ma li asseconda. È l’apparato militare/industriale che detta i tempi e impone scelte strategiche, economiche e persino sociali, non più la politica che governa l’apparato militare. La comunicazione ansiogena su pericoli e necessità contribuisce alla legittimità delle decisioni.
La guerra in Ucraina è l’esempio più evidente. La resistenza ucraina, grazie ai finanziamenti dall’Europa, ha sviluppato tecnologie di guerra e industria dei droni a un punto tale da mettere in difficoltà il gigante russo e orientare la produzione all’esportazione e alla collaborazione con Europa e Usa. A sua volta, la Russia ha riconvertito l’apparato industriale in un’economia di guerra che garantisce la stabilità e le alleanze strategiche del regime di Putin.

La guerra in Ucraina, la paura della Russia e il disimpegno americano nella Nato hanno imposto il riarmo dell’Europa, con finanziamenti e riconversione in industria militare di alcuni comparti industriali, in particolare l’automobile e il suo indotto, come nel caso della Germania e della Francia che stanno orientando alla produzione militare stabilimenti Volkswagen e Renault. Che la minaccia di aggressione russa sia reale o presunta è questione relativa. Il dato è tratto. Le decisioni sono prese a livello della Commissione e del comando Nato, sollecitate dai governi in prima linea nel processo di riarmo, in particolare la Germania, la Polonia e i Baltici.
Il riarmo dell’Europa e il progetto di difesa comune comportano investimenti e decisioni che arriveranno a regime nell’arco di dieci o vent’anni. Un tempo molto più lungo dell’età biologica e della sopravvivenza politica del presidente Putin. Ma è una considerazione ininfluente.

Nel Golfo, gli Stati Uniti hanno svuotato gli arsenali, sono a corto di missili, hanno speso 45 miliardi di dollari senza ottenere risultati e cambiando obiettivi in corsa, devono ricostruire le basi nell’area, parzialmente danneggiate, per preparare il prossimo attacco. L’Iran ha resistito e si riarma, minacciando di intensificare i progetti nucleari. I Paesi del Golfo, a loro volta si riarmano per difendersi dalla minaccia iraniana. Israele persegue una politica difensiva/aggressiva. Infine, anche nel Golfo, gli spiragli di pace si chiudono appena si riaprono, in un’altalena di annunci e smentite.
La «guerra pezzettini» non prevede vinti e vincitori e nemmeno trattative di pace effettive, bensì un prolungamento a bassa intensità. In buona sostanza, la guerra che alimenta se stessa. Nessuno vuole correre il rischio della deflagrazione mondiale, dell’incidente distruttivo che renda persino superfluo riarmarsi. Così, come nell’interessante saggio del politologo inglese Christopher Clark (I sonnambuli, ed Laterza) il mondo potrebbe trovarsi in una situazione analoga all’Europa del 1914, quando si arrivò alla «Grande Guerra» che nessuno voleva e pochi avevano previsto. Bastò un incidente, Sarajevo, perché arrivasse tutto ciò che i politici non furono in grado o non vollero vedere.

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