4 Novembre 2026

I malpensanti diranno che è il gioco del cerino: una volta scoppiato il caso della sforbiciata alla scuola in legge di Bilancio, nessuno se ne vuol far carico: è pur sempre un anno elettorale. Meglio rispolverare la centralità del Parlamento che è lì apposta per intervenire e ridurre, se non eliminare, il taglio. Ma anche a prendere per genuina la sorpresa del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e del vicepremier Matteo Salvini — entrambi dicono che non sapevano che la Finanziaria prevedesse 4.952 posti di insegnante in meno dal prossimo anno scolastico e 2.049 posti cancellati per il personale tecnico e amministrativo — l’incidente non può dirsi superato.
Se il «capitolo Scuola» si riduce a una questione di pura ragioneria, da qui in avanti i tecnici del ministero dell’Economia non potranno che proporre tagli al personale, alle classi e agli istituti. Era già successo con il Bilancio 2025: meno 5.660 docenti e 2.174 bidelli e segretari. Entro il 2040, infatti, si prevedono quasi due milioni di studenti in meno rispetto ad oggi. A politiche invariate, si taglieranno 95.000 classi e 166.000 posti per i docenti. Lo dice l’Istat, lo ha denunciato qualche mese fa la Fondazione Agnelli: senza grande esito, verrebbe da dire dopo il pasticcio di questi giorni. Perché la questione di come sarà la scuola nei prossimi due decenni, per i quali non è prevista un’inversione significativa della curva demografica, dovrebbe essere al centro del dibattito e delle decisioni politiche, non relegata nella relazione tecnica di una legge di Bilancio.

Un quarto delle scuole elementari, ha certificato l’Indire, non riesce già ora a formare un’intera sezione dalla prima alla quinta: sono soprattutto piccole scuole, nel Sud e nelle aree interne, ma il fenomeno comincia a lambire le città. Di fronte a una sfida epocale di questa portata, non possiamo limitarci a registrare giorno dopo giorno l’atto di morte di una scuola dopo l’altra invece di pensare, proporre, sperimentare alternative per fare scuola in modo efficace, socialmente equo ed economicamente sostenibile, anche con pochi studenti: qual è la politica scolastica del nostro Paese?
Pluriclassi, scuole diffuse, reti di scuole, didattica integrata, «classi rovesciate» dovrebbero essere definizioni di uso comune, conosciute da tutti, sperimentate da molti.

In questi anni si è per lo più parlato d’altro: il ministro Valditara rivendica i contratti rinnovati e gli aumenti salariali, il Pnrr ha costretto a nuovi e rapidi concorsi che hanno riempito in parte le cattedre vuote. Non è mancata la riforma della Maturità — ogni ministro ci casca e vuole lasciare il segno —, sono stati riscritti i programmi e pure la Storia, è tornato il latino alle medie (facoltativo), c’è il melodramma nei programmi di italiano. E poi: il divieto di usare i telefonini, il voto in condotta, l’educazione affettiva ma non sessuale, il tetto alla percentuale di stranieri per ogni classe. Ci si è concentrati sul qui e ora, sul consenso immediato.

L’infausta tabella della legge di Bilancio ha almeno un pregio: aver riportato in luce quello che semplicemente non poteva più restare nascosto sotto il tappeto. Come far funzionare una scuola pensata per essere di massa quando la massa si assottiglia, è una questione tutt’altro che facile. Richiederebbe interventi drastici e potenzialmente impopolari, come tutti i cambiamenti che proprio per questo non si sono mai fatti (ricordate la riforma dei cicli?): lo sanno bene i sindacati che infatti non hanno la questione demografica tra le loro priorità. Ma potrebbe anche rappresentare l’occasione per ripensare finalmente il modello preistorico della lezione ex cathedra, per intervenire sulle discipline, e anche per rivedere il ruolo degli insegnanti.

Si potrebbe cominciare da subito: invece di affrettarsi a fare cassa con la scuola, eventuali «risparmi» vanno reinvestiti per migliorare il sistema, che resta, anche se di poco, sottofinanziato rispetto alla media europea. Ben prima del taglio degli insegnanti, la cronaca ci aveva messo davanti agli occhi alcune necessità degli studenti. Per esempio, oltre all’inasprimento delle pene per i minorenni che spaccano le vetrine, potrebbe venire utile tenere aperte le scuole medie anche al pomeriggio. Si seguirebbero meglio gli studenti fragili oggi abbandonati nella solitudine di pomeriggi interminabili.

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A.N.D.E.
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