Partiamo da due semplici constatazioni.
La prima: i sistemi di welfare dei paesi Ocse sono quasi tutti a ripartizione. È stata la scelta economica più sensata nella metà del secolo scorso, quando si facevano molti figli e non si viveva così a lungo. La riduzione drammatica dei tassi di natalità, l’aumento della speranza di vita e la riduzione dei tassi di crescita hanno cambiato le regole del gioco. Il numero di attivi che pagano le prestazioni degli anziani e pensionati è drammaticamente crollato e si ridurrà ancora di molto. Invece è aumentato il numero dei beneficiari. Quindi, aritmetica alla mano, e tenuto conto delle nuove condizioni del mercato del lavoro e della durata dei contratti, nei prossimi 30 anni il tasso di sostituzione (rapporto ultimo stipendio/prima pensione) per gli attuali giovani e futuri pensionati non sarà molto lontano del 50%-60% dell’ultimo stipendio.
La seconda: i dati Ocse mostrano che la generazione nata tra il 1946 e il 1964 (gli attuali «anziani») è notevolmente più ricca di quelle successive — di circa 3 volte — e si prevede in Italia uno spostamento di ricchezza nei prossimi 10-20 anni di circa 2,5 trilioni di euro. Una cifra colossale.
Per ovviare a questa grande disparità serve perciò un nuovo patto generazionale, basato su un trasferimento di ricchezza tra le generazioni il più possibile volontario.
Da qui parte il nostro ragionamento. Dobbiamo creare un patto generazionale pensionistico. Si inizia con il creare dei conti individuali a capitalizzazione per i nostri figli, simili agli account americani da poco istituiti: un conto di risparmio idealmente promosso dal governo, con capitale iniziale «one off» di 1.000 euro per ogni nuovo nato. Assumendo circa 350 mila nuovi nati l’anno, questa misura costerebbe 350 milioni alle casse pubbliche. Su questa base le famiglie in senso lato — genitori, nonni, parenti vari, amici — possono decidere di versare ulteriori somme, su base volontaria fino a 10 mila euro l’anno, fino al compimento della maggiore età del giovane. Dopo i 18 anni questo fondo dovrebbe essere trasferito in un fondo pensione a scelta del giovane.
Dov’è il bello: assumendo per esempio che dalla nascita alla maggiore età, i contributi volontari di parenti e donatori fossero in media 3.000 euro l’anno, si avrebbe, dopo i 18 anni del beneficiario (3.000 euro x 18 anni), una somma pari a 74 mila euro (di cui 54 mila euro complessivi di versamenti più oltre 20 mila di rendimento, stimato al tasso medio COVIP per i fondi pensione); il valore indicativo finale invece (a 60 anni, cioè per altri 42 anni senza ulteriori versamenti) sarebbe già pari a circa 326 mila euro, cioè circa 4,5 volte il capitale versato.
È la forza dell’interesse composto. Questo numero è talmente significativo che sarebbe in grado di mitigare il rischio di mercato e quello inflazionistico.
In aggiunta, il rendimento del fondo per i giovani potrebbe beneficiare anche di un’esenzione parziale dall’imposta sui rendimenti maturati, solo se le somme fossero mantenute, ovviamente, fino alla durata dell’accantonamento pensionistico.
Riteniamo dunque che questa soluzione accresca lo standard di vita futuro dei nostri giovani e renda l’attuale sistema pensionistico più sostenibile sul piano generazionale anche riducendo la differenza tra ultimo stipendio e pensione attesa; soprattutto, crea fondi pensione italiani comparabili in dimensione a quelli degli altri paesi Ocse, con beneficio innegabile sulla crescita economica e gli investimenti infrastrutturali di cui il necessita in nostro paese.
Ci appare una scelta ottimale per tutti: rende più spessi i mercati finanziari, aumenta le risorse per l’economia e gli investimenti, aiuta i giovani e i fondi pensione e soprattutto inizia un percorso di trasferimento virtuoso di ricchezza tra le generazioni.
