L’origine della situazione descritta si può far risalire, almeno in parte, alla riforma del Titolo V della Costituzione italiana approvata nel 2001, che ha modificato i rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali. Si può discutere a lungo, e con buone ragioni, sugli effetti positivi da ascrivere a tale riforma sotto diversi punti di vista, tuttavia, appare opportuno ormai pensare a un «aggiornamento» almeno di alcuni aspetti del cosiddetto federalismo sanitario per emendarne le distorsioni (si pensi, solo per fare un esempio, alla fram.
Il che non significa, nel caso della migrazione sanitaria, negare l’importanza e la funzione dei centri d’eccellenza, che certo non possono essere dappertutto. Al contrario: è, piuttosto, necessario implementare sempre di più il modello hub (cioè mozzo, i centri di riferimento) and spoke (cioè raggi, le strutture periferiche), che però si deve sposare con un’architettura generale che non comporti discriminazioni se vogliamo continuare a parlare (e fortissimamente lo vogliamo) di un Servizio Sanitario davvero universalistico. Fra l’altro, come premesso, il tema si presta a una riflessione di respiro più ampio, considerate le tendenze che si vanno affermando nell’emisfero occidentale.
Il diritto alla salute è un bene primario, e dove «passa di moda» lo spirito solidaristico, per lasciare il passo a quello particolaristico e localistico, si apre la strada a una progressiva riduzione dell’accesso ai servizi sanitari, con conseguenze che impattano dapprima sulle classi sociali con minori possibilità ma che poi finiscono via via per erodere anche la qualità della vita delle categorie all’inizio meno penalizzate. Un diritto che operi, di fatto, distinzioni sulla base del censo e del luogo di residenza non soltanto è ingiusto, ma non conviene a nessuno. Perché nessuno si salva da solo.
