La destra si conferma nelle Marche, il campo largo è in difficoltà. Cresce l’astensionismo e la tendenza all’apatia
L’unica ombra, nella vittoria netta della maggioranza nelle Marche, è l’astensionismo che ha ridotto la partecipazione al 50 per cento: 9 punti in meno rispetto al 2020. Significa che nemmeno la presenza massiccia in campagna elettorale di uomini e donne del governo, compresa la premier Giorgia Meloni, e dei vertici di opposizioni stavolta unite, è riuscita a vincere un’apatia e una sfiducia radicate. Ma l’affermazione del presidente di FdI, Francesco Acquaroli con quasi otto punti di distacco, è ossigeno per un governo a caccia di conferme; e in attesa del risultato delle Marche anche per sbloccare la trattativa sulle candidature della destra nelle altre regioni.
Forse, l’aspetto più eclatante di queste prima due tappe, perché si è votato anche in Valle d’Aosta dove ha prevalso l’Union Valdotaine con le sinistre, è la difficoltà delle nomenklature nazionali a mobilitare l’elettorato. E questo equivale a un segnale d’allarme sia in vista dei prossimi test, più impegnativi e più significativi anche numericamente, di qui a fine novembre; sia nella prospettiva di consultazioni referendarie che nel prossimo anno hanno l’ambizione di cambiare la Costituzione. È un problema generale, che riguarda maggioranza e opposizioni e, a guardare bene, l’intero sistema politico.
Ma le percentuali basse ormai sono una tale costante che l’attenzione viene dirottata altrove.E rimbalza sulla tenuta di una destra che dopo tre anni di governo nazionale continua a non avere un’alternativa credibile. Né sembra essere logorata dalla competizione tra FdI, Lega e Forza Italia, e dagli sbandamenti filorussi sulla politica estera del vicepremier Matteo Salvini. Tutto questo accentua quasi per inerzia e di rimbalzo i limiti dello schieramento e della logica proposti dalla segretaria del Pd, Elly Schlein. La sua strategia «testardamente unitaria» esce ridimensionata dal voto di ieri.<
Il «campo largo», o «progressista» che sia, c’è stato. Ha riprodotto l’asse col M5S di Giuseppe Conte e incluso la sinistra di Avs e l’appendice litigiosa dei centristi. Ma non ha convinto. Anzi, alla fine ha mostrato più i suoi limiti che le sue potenzialità espansive. Difficile capire se ridarà fiato alla cosiddetta ala moderata del Pd, scettica sul rapporto coi Cinque Stelle e convinta che senza un’iniezione massiccia di riformismo l’alternativa al governo Meloni non spunterà mai. Il problema è che anche quello schema appare invecchiato, rispetto a uno schieramento politico e a un blocco sociale più compatti e coriacei di quanto appaia.
A guardare bene, le opposizioni erano convinte che mettere insieme tutti bastasse a fare la forza; e che i risultati i chiaroscuro del governo di destra sul piano economico potessero aiutarle a vincere, sebbene i dati sui conti pubblici abbiano bilanciato la crescita economica stagnante. Ma non è bastato. Non è stato sufficiente nemmeno additare le incertezze di una coalizione che non è ancora riuscita a esprimere i suoi candidati per il Veneto e la Campania, irretita dalle tensioni interne sul terzo mandato dei governatori regionali e dalla difficoltà ormai storica di selezionare una classe dirigente adeguata.
Ma tutto questo finisce per rendere ancora più vistoso il fallimento di chi addita i difetti della maggioranza e dell’esecutivo. Può darsi che nelle Marche le forze governative fossero così massicce da rendere la lotta impari, come sostengono adesso gli sconfitti; che gli investimenti promessi da Palazzo Chigi abbiano contribuito a fare la differenza. Ma il dubbio che alla fine sia un alibi per velare le contraddizioni rimane corposo. La sensazione è che i rapporti di forza rimangano di fatto congelati rispetto alle Politiche del 2022.
Gli spostamenti tra uno schieramento e l’altro sono minimi, e anche all’interno ci sono travasi di consensi ma non sconvolgimenti. FdI si conferma il partito-perno dell’alleanza di destra. Il Pd quello dell’opposizione. E ora Giorgia Meloni può anche lasciare il Veneto alla Lega, ma come concessione generosa a un alleato sempre più «minore». Anche perché a erodere i consensi leghisti c’è la crescita lieve ma costante di Forza Italia. Quanto alla sinistra, Schlein deve misurarsi con un M5S che perde consensi ma non fiacca le ambizioni presidenziali di Giuseppe Conte.
Forse è vero che senza il «campo largo» non esiste partita con la destra. Non a caso la segretaria del Pd ha ripetuto più volte che «non farà più il piacere» alla maggioranza di presentarsi senza alleati, come nel 2022.In più, le prossime Regionali potrebbero bilanciare la sconfitta di ieri: almeno in Puglia, Campania e Toscana. Ma l’idea che questo prepari una rivincita alle Politiche, quando ci saranno, al momento appare velleitaria. Lo scenario è al massimo quello di un’onorevole, generosa sconfitta. Sempre che Elly Schlein non decida uno scarto a oggi impensabile; e proponga un nuovo schema di alleanze.
Il tempo è troppo poco, e un equilibrio diverso troppo difficile non solo da costruire, ma da pensare. A breve termine, Meloni deve temere solo se stessa e i propri alleati.
