L’Unione europea vuole riordinare i rapporti bilaterali, dentro una sorta di accordo quadro. Ma in Svizzera non tutti sono d’accordo

Parafrasando un famoso film italiano di anni fa, ci si potrebbe chiedere: riusciranno i nostri eroi ad arrivare ad una nuova intesa? La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la presidente della Confederazione elvetica, Viola Amherd, hanno annunciato a Bruxelles l’avvio ufficiale di negoziati. Si tratta di un nuovo tentativo, dopo quello fallito degli anni scorsi. Non che i rapporti tra Ue e Svizzera non siano già regolati da intese robuste, ci sono infatti gli ampi accordi bilaterali, a forte contenuto economico, che si concretizzarono tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila e che rappresentarono il superamento della strettoia creata dal no elvetico del 1992 all’entrata nello Spazio economico europeo.
Il fatto è che tra accordi bilaterali principali (tra i quali quelli sulla libera circolazione, i trasporti, i commerci) e altri ancora, le intese tra le due parti sono molte e l’Unione europea da tempo vuole riordinare il tutto, dentro una sorta di accordo quadro. Per Bruxelles si tratta da un lato di aggiornare le intese già esistenti, dall’altro di estenderle dove possibile (ad esempio nei settori elettricità, salute, alimentare), rendendo ancora più organico il legame della Svizzera con l’Ue. La maggioranza del Governo e del Parlamento a Berna non è contraria al riordino delle intese, anche perché la Ue per la Svizzera rimane il maggior partner economico e un più che rilevante interlocutore politico, ma deve fare i conti con l’opposizione interna, coagulata soprattutto attorno al partito Udc, destra nazionalista, che vorrebbe al contrario allentare gli accordi con la Ue. Il centro, fatto soprattutto da liberali e popolari, e la sinistra con socialisti e verdi sono in linea di principio favorevoli a robusti accordi bilaterali con Bruxelles, ma pongono alcuni paletti.
Il precedente tentativo si è fermato perché il Governo svizzero (in cui sono presenti tutti i partiti principali di centro, destra, sinistra) ha dichiarato la non possibilità di procedere. In sostanza, per l’Esecutivo elvetico era molto concreta la prospettiva di una votazione popolare, prevista dal sistema svizzero, in cui la bocciatura della nuova intesa era quasi certa. I maggiori punti critici sul versante elvetico riguardano la risoluzione delle vertenze ed il ruolo della Corte di giustizia europea, l’adozione svizzera delle modifiche alle norme europee, le eccezioni alla libera circolazione che la Svizzera vorrebbe mantenere, la protezione del livello dei salari elvetici. Se sulle questioni del diritto, delle vertenze (“no a giudici stranieri”, dice una parte degli oppositori) e della libera circolazione delle persone la trincea è fatta soprattutto dalla destra nazionalista, sulla questione dei salari insidiati da un eventuale dumping europeo la trincea è fatta soprattutto da sinistra e sindacati.
L’opposizione dell’Udc ad una nuova intesa è netta (il partito parla di “trattato di sottomissione”), mentre quella della sinistra è articolata, non così secca. Per il centro politico elvetico si tratta di evitare che destra e sinistra si ritrovino insieme, seppur partendo da posizioni diverse, nell’impedire una maggioranza e dunque nel respingere l’accordo. È quanto d’altro canto è accaduto di fatto (senza arrivare al voto) con la precedente bozza di intesa con la Ue. Le associazioni imprenditoriali svizzere dal canto loro sono favorevoli ad una nuova intesa con Bruxelles e sottolineano la possibilità di rafforzare la certezza giuridica e, insieme a questa, il ruolo della Svizzera come piazza economica. Bruxelles, che punta anche a rendere più ampi i contributi finanziari della Svizzera al funzionamento dell’Ue, vorrebbe giungere in tempi brevi ad una conclusione. Ma a giugno si terranno le elezioni europee, dopo le quali verrà eletta la nuova Commissione. Non è dunque chiaro quanto si possa porre l’obiettivo di concludere i negoziati prima di questo appuntamento, e per la verità non è chiaro neppure se sia possibile un’intesa entro la fine dell’anno. La volontà delle due parti indubbiamente c’è, e questo certo rappresenta una spinta positiva, ma sul percorso ci sono ancora alcuni ostacoli.
Il Governo svizzero ha raccolto le posizioni di Parlamento, Cantoni, parti sociali, in un processo di consultazione. L’Esecutivo elvetico ha affermato che la grande maggioranza sostiene la base esistente dell’intesa. La base, appunto, non tutti i punti. Comunque, dopo lo stop precedente, la maggior parte dell’opinione pubblica svizzera vive questo come un riavvio realisticamente necessario. Poi, nel caso di un’intesa tra quest’anno e il prossimo, nella Confederazione ci sarà la scadenza di una nuova votazione popolare più avanti, probabilmente nel 2026.

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