29 Ottobre 2026

L’affluenza in Israele è stata una delle più alte dal 1973. Anche allora la nazione era stata chiamata a scegliere nel solco estenuante di un conflitto considerato esistenziale. Golda Meir, la leader laburista, aveva vinto ma si era dimessa pochi mesi dopo riconoscendo la responsabilità di non aver saputo prevedere l’attacco congiunto sferrato dai Paesi arabi il giorno di Kippur. I soldati feriti avevano votato negli ospedali, la mobilitazione era stata massiccia. Ieri lo stesso senso di urgenza ha spinto le persone a restare in coda fino a notte per mandare un segnale.

Secondo gli exit poll aggiornati nella notte, la coalizione di estrema destra e gli avversari sarebbero vicinissimi. L’opposizione non potrebbe comunque formare la maggioranza senza il sostegno dei partiti arabi. Che non potrebbe formare la maggioranza senza sostegno dei partiti arabi.
Benjamin Netanyahu ha compiuto 77 anni la settimana scorsa. Il numero 7 lo incalza, al punto che il primo ministro avrebbe voluto cambiare la data del voto, il 27 ottobre. Troppe assonanze, troppi ricordi angosciosi, troppo dolore evocato per gli israeliani che sono andati alle urne a 3 anni e 20 giorni dall’alba più buia, il 7 ottobre 2023. Queste elezioni — come quasi tutte quelle durante il suo ventennio al potere — si sono trasformate in un referendum attorno al premier più longevo nella Storia del Paese che è diventato anche il più divisivo, una spaccatura racchiusa in due sillabe e quattro lettere: Bibi, il soprannome che gli hanno dato in famiglia per distinguerlo da un cugino. Ancora una volta sarebbe riuscito a trainare il suo Likud — pur ridimensionato — al primo posto, un risultato che non gli basterebbe però per restare capo del governo.

Sul peso della responsabilità — come nell’esempio dato da Golda Meir — ha incentrato la sua campagna Gadi Eisenkot, emerso come il principale contendente. Perché Netanyahu (anche sotto processo per corruzione) non si è mai assunto alcuna colpa per gli errori strategici, ormai evidenti, dietro ai massacri perpetrati dai terroristi fondamentalisti nei villaggi e nelle cittadine del Sud, tra i ragazzi al festival rave a pochi chilometri da Gaza. L’ex capo di Stato Maggiore ha promesso di istituire quella commissione d’inchiesta che i famigliari delle vittime invocano perché vogliono almeno poter sapere la verità. È, secondo lui, un passo necessario per cercare di rinsaldare la società israeliana frantumata dalla coalizione di estrema destra.

Eisenkot ha spiegato di essere rimasto in politica anche dopo la sofferenza insopportabile per la perdita del figlio minore, caduto in battaglia nella Striscia, proprio per rispettare il suo sacrificio e quello dei giovani come lui, per dare un futuro alle nuove generazioni. Netanyahu ha presentato una visione fossilizzata sul presente della propria sopravvivenza politica, sulla gestione delle guerre e delle crisi, non sulla loro risoluzione. Così i conflitti restano aperti su più fronti e il Paese è in guerra permanente. La devastazione di Gaza, con gli oltre 75 mila palestinesi ammazzati nell’offensiva, ha isolato lo Stato ebraico. Le violenze dei coloni contro gli arabi — che il premier si ostina a sminuire — spingono gli europei a decidere sanzioni economiche. Le bravate fanatiche di ministri come Itamar Ben-Gvir hanno mostrato al mondo la brutalità della polizia anche verso gli attivisti internazionali o israeliani che cercano di proteggere i palestinesi dalle incursioni dei fanatici in Cisgiordania: non c’è stato bisogno di video ripresi di nascosto, di denunce degli attivisti, Ben-Gvir se ne è vantato in diretta.

Sempre che riesca a sostituire Bibi, Eisenkot ha bisogno di agire in fretta. La «coalizione del cambiamento» deve superare le differenze ideologiche e dimostrare che il cambiamento è possibile. Che — come ha ripetuto l’ex generale — le guerre devono portare a risultati diplomatici. Invece il disegno del governo guidato da Netanyahu è stato quello di lasciare numerose questioni aperte proprio per restringere gli spazi di manovra degli eventuali successori: espandere le colonie, lasciare le truppe dispiegate nel 70 per cento di Gaza senza che sia cominciata la ricostruzione, tirare su gli avamposti militari dentro al Libano. E soprattutto lo scontro con l’Iran, inconcluso nonostante i proclami vittoriosi di Bibi: nelle prossime settimane sarà ancora lui a guidare un eventuale esecutivo di transizione e ha il tempo per continuare ad affossare il Paese nelle trincee. A barricare quella Sparta che ormai sembra volere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.