29 Ottobre 2026

Verrà diffuso ufficialmente domani (mercoledì 28 ottobre, ndr) il Rapporto Asvis 2026 sui passi avanti – in realtà molti indietro – dell’Italia e dei principali Paesi industriali sul versante dello sviluppo sostenibile. Ci auguriamo che la pubblicazione dello studio dell’Associazione, il cui comitato scientifico è presieduto da Enrico Giovannini, sia l’occasione di un dibattito onesto, scevro da meschini pregiudizi, sui temi della transizione. E non solo. Perché a volte sfugge che la sostenibilità è anche e soprattutto sociale, legata all’istruzione, al benessere delle comunità, oltre che all’ambiente.

L’Italia – è scritto nel rapporto – non raggiungerà, ormai è certo, molti dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Sarà in buona o cattiva compagnia. Perché gran parte dei Paesi del G20 sono in fase di forte rallentamento, a partire dagli Stati Uniti di Trump. Il peso delle disuguaglianze, acuito dalle tensioni internazionali, dalle guerre e dalle conseguenze economiche del riscaldamento climatico, è insopportabile soprattutto per le nuove generazioni. E ciò spiega anche il malessere che attraversa intere comunità di giovani ai quali si sottrae costantemente una «quota di futuro». Ecco un modo assai efficace di parlare del costo delle non scelte.

Quanto futuro neghiamo, con le nostre distrazioni e i nostri egoismi di varia natura, a figli e nipoti? Secondo l’Unicef il 23 per cento dei bambini e delle bambine residenti in Italia vive in famiglie con redditi inferiori al 60 per cento di quello mediano nazionale. Tra il 2010 e il 2025 peggiorano in Italia cinque dei diciassette indici dell’Agenda 2030: povertà, acqua, disuguaglianze, vita sulla Terra, pace e istituzioni. Per altri cinque (fame, salute, imprese e innovazione, città sostenibili, partnership) i progressi sono sostanzialmente inesistenti. Miglioramenti limitati si registrano per i capitoli di istruzione, parità di genere, energia, lavoro e azione climatica. Su economia circolare e vita sott’acqua c’è, invece un deciso passo avanti. Nell’ultimo anno confortante il progresso sul versante del lavoro, anche grazie agli investimenti del Pnrr. Ma «restano consistenti le sacche di inattività, bassi livelli retributivi, difficoltà di inserir mento nel mondo del lavoro per giovani e donne». In particolare, il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni era nel 2025 del 58 per cento contro una media europea del 71,3 per cento. Una distanza ancora maggiore nel Mezzogiorno dove «il divario nei carichi di cura, il part time involontario, e la scarsa disponibilità di servizi per l’infanzia continuano a limitare l’economia economica femminile e, di conseguenza, il potenziale di sviluppo dell’intero Paese».

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