Trump, per certi aspetti, può rivelarsi uno choc salutare per il futuro dell’Unione

Fra funzionari europei circola una frase che, poiché è vera, fa ridere: «Il prossimo premio Charlemagne dovrebbe riceverlo Donald Trump». Quello è il riconoscimento che la città di Aquisgrana consegna ogni anno ai grandi dell’Europa. Lo hanno avuto Winston Churchill, Robert Schuman, Carlo Azeglio Ciampi e da ultimo Mario Draghi. Trump difficilmente lo avrà, ma lo meriterebbe perché involontariamente sta instillando una nuova fretta nella testa dei leader dell’Unione europea. Ultimo contributo, in collaborazione con Vladimir Putin, l’idea presentata dal Cremlino di far tornare la Russia nel sistema di pagamenti del dollaro. Con alleati così, gli europei iniziano a capire che se non reagiscono la loro Unione può crollare come il Muro di Berlino nell’89 o appassire come la Società delle Nazioni negli anni ‘30. Perché nell’ultimo anno crescita, competitività e influenza geopolitica si sono intrecciati come mai prima. Lo ha colto Christine Lagarde e giorni fa ha fatto capire che la Banca centrale europea, che lei presiede, si prepara a fornire prestiti in euro alle banche centrali di tutto il mondo: dalla Cina, all’India, al Brasile; un’opzione che finora aveva osato solo la Federal Reserve americana, ma oggi l’Europa non può più rinunciarvi per garantire la propria stabilità in questi tempi di ferro.
Lo ha colto anche Draghi che ieri era invitato al vertice dei leader nel castello di Alden-Biesen, dopo un’iniziale riluttanza tedesca probabilmente perché il cancelliere Friedrich Merz temeva che con lui si sarebbe parlato di eurobond. L’ex premier invece aveva (anche) un messaggio politico. «Delle cose importanti in cui bisogna riuscire oggi, ciascuno di voi da solo non ne farà una — ha detto ai leader —. La scala necessaria è superiore». Draghi ha aggiunto che qualunque sia il gruppo di Paesi che decida di muoversi insieme, «se non delegate a uno che decide per tutti, non funzionerà». I premier di Spagna e Svezia, Pedro Sanchez e Ulf Kristersson, gli hanno chiesto se è questo ciò che intende parlando di «federalismo pragmatico». Sapevano già che la risposta è sì.
Ma più urgente ancora per tutti ieri era prendere atto che, in un sistema globale fondato sulla politica di potenza, ogni ritardo espone l’Europa al ricatto. La Cina con le terre rare, gli Stati Uniti con i dazi, i farmaci salvavita, le tecnologie digitali, di difesa o dello spazio e la Russia con il gas cercano tutte qualcosa di simile: piegare Bruxelles, Berlino, Parigi o Roma al loro volere. Per non essere vulnerabile alla coercizione l’Europa non ha altra scelta che investire, crescere, innovare. Deve coalizzare capitali pubblici e privati, dotarsi di propri modelli di intelligenza artificiale, propri data center, propri satelliti e sistemi antimissili balistici, propri sistemi di pagamento. Non è un caso se l’europarlamento proprio ora finalmente accelera anche all’euro digitale.
La sfida ormai è chiara. Il problema è che non tutti al castello di Alden-Biesen ieri sera avevano le stesse idee su come affrontarla. A momenti il giro di tavolo è parso più come una terapia di gruppo in cui ciascuno si sfogava a turno. C’è Merz che vuole «semplificare» e in molti sospettano che per lui sia sinonimo di libertà di sussidiare ancora di più — dopo gli aiuti alle bollette — l’intera industria tedesca: qualcosa che Berlino può permettersi, ma Roma o Parigi no e spiazzerebbe l’intero «made in Italy». C’è poi il francese Emmanuel Macron che chiede fondi europei — eurobond — per progetti europei su pochi grandi progetti esistenziali. Lo spagnolo Sanchez lo sostiene e persino i governi scandinavi sono aperti, se i piani sono concreti. La loro idea è che sia il momento giusto per negoziare con Berlino sul debito europeo, proprio perché per la prima volta i tedeschi stanno chiedendo molte concessioni e qualcuna dovranno offrirne.
’Italia di Giorgia Meloni, in questo, è presa in mezzo: da un quarto di secolo l’idea del debito comune europeo per grandi investimenti è politica bipartisan del Paese; ma ora la premier tiene di più a lavorare con Merz e ieri nelle Fiandre ha insistito soprattutto sull’esigenza di ridurre il costo dell’energia in Europa mettendo da parte il sistema dei certificati verdi (gli Ets) per le produzioni inquinanti. Su questo Meloni ha raccolto i consensi di Merz e in parte di Macron, ma non di tutti gli altri. Certo Draghi stima che gli Ets oggi aumentino del 50% il costo del gas e del 30% quello dell’elettricità.
Alla fine ieri proprio Draghi e l’altro ex premier italiano al tavolo, Enrico Letta, hanno avuto probabilmente l’impatto più sostanziale. L’ex banchiere centrale, quando ha detto che serve un’unica Borsa europea e che il dibattito sugli eurobond deve viaggiare insieme a quello su un mercato dei capitali europeo. Servono investimenti da migliaia di miliardi, va dunque trovato un equilibrio tra debito pubblico con eurobond e capitale di rischio privato per l’innovazione. Letta ha convinto tutti con un concetto concreto, operativo: un piano di tre anni di integrazione del mercato europeo su banche, risparmi, energia, telecomunicazioni. Non dovremo attendere molto per capire se, tornati nelle capitali, troppi leader scivoleranno di nuovo nelle loro miopi amnesie.

A.N.D.E.
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