4 Novembre 2026

Alla vigilia delle elezioni di midterm, due interrogativi dominano la scena. Il primo riguarda Trump: come reagirà a una potenziale sconfitta un presidente che ha più volte messo in discussione la legittimità del processo elettorale? Il secondo riguarda i democratici: quali volti, identità e prospettive politiche emergeranno da elezioni che hanno rappresentato un laboratorio di idee, alleanze e strategie per il futuro?

Se i repubblicani conservassero almeno il controllo del Senato, Trump potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base conservatrice, grazie a una campagna elettorale a tappeto con più eventi di qualsiasi suo predecessore per il midterm. Trump, tuttavia, si sta preparando anche alla sconfitta e ha lasciato intendere come potrebbe reagire. Da una parte, sta già cercando di ribaltare un potenziale verdetto sfavorevole. Il rischio è di restare impantanati per settimane tra controversie e ricorsi legali.

I tribunali hanno frenato due iniziative: quella del Dipartimento di Giustizia volta a impedire la certificazione dei risultati in Alaska, nel caso di una sconfitta di misura del senatore repubblicano uscente, e quella diretta a escludere dal conteggio in California 20mila schede che l’amministrazione considera riconducibili a «sospetti non cittadini». In quest’ultimo caso, la Casa Bianca si è già rivolta alla Corte Suprema che, però, ha subito respinto la richiesta.

Ma d’altra parte Trump è tanto il presidente che, dopo essere stato colpito a Butler, si è rialzato con il pugno alzato gridando «Fight! Fight! Fight!», quanto quello disposto a fare marcia indietro sui dazi quando questi scuotono i mercati. Ha lasciato aperte tutte le possibilità, compresa quella di accettare la sconfitta. Sarà Mister Veto: continuerà a governare attraverso i poteri esecutivi e a bloccare eventuali leggi democratiche. Si prepara inoltre a concedere grazie preventive a funzionari, ministri e alleati, tra cui Elon Musk, per proteggerli dalle indagini dei democratici. Se i democratici controlleranno una o entrambe le camere dovremo quindi aspettarci due anni di indagini, scontri legislativi, negoziati, potenzialmente battaglie legali e un impeachment di Trump che avrebbe poche possibilità di successo.

Quanto al partito democratico, comunque vada, ha condotto una campagna migliore di quelle degli ultimi anni. Tra i candidati più interessanti ci sono Abdul El-Sayed in Michigan, il cui risultato sarà un test per l’ala sinistra, e James Talarico in Texas e Jon Ossoff in Georgia che cercano entrambi una nuova via a metà tra una leadership tradizionale e moderata che ha deluso l’elettorato e il modello progressista e socialista di Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani. Ossoff e Talarico hanno fatto proprio il linguaggio populista e anti-corporation dell’ala più radicale, imparando dal successo di Mamdani. Ossoff, in particolare, sembra aver trovato un modo più efficace di tanti candidati della sinistra radicale per tradurlo in consenso. Resta da capire se saprà trasformarlo in politiche concrete. Una cosa, però, è stata chiara: dopo altri due anni di Trump, i democratici vogliono vincere davvero.

Le diverse fazioni hanno cercato, almeno per ora, di mettere da parte le divisioni. Nonostante faide pubbliche come quella tra Haley Stevens ed El-Sayed in Michigan, il partito ha cercato di presentarsi unito. Al fianco di El-Sayed sono scesi in campo sia Bernie Sanders sia Barack Obama. Non era scontato: la sinistra temeva che i candidati vittoriosi nelle primarie non ricevessero il pieno sostegno dell’establishment nelle elezioni generali. Ma hanno visto questo sostegno anche per Troy Jackson in Maine e Angie Nixon in Florida. La presenza di Obama, vero barometro politico del partito, accanto a El-Sayed è stata letta come un riconoscimento all’ala progressista d’essere trattata da partner alla pari. Ma il partito democratico sa anche che per vincere deve usare strategie diverse in Stati diversi. In Texas Talarico ha scelto un’altra strada. Pur adottando un messaggio populista, ha evitato di partecipare a un comizio di Bernie Sanders durante la sua visita nello Stato: avrebbe alimentato la narrazione dei rivali, che lo dipingono come un radicale. E gli elettori sembrano averne compreso la scelta. Anche sulle battaglie culturali i democratici texani hanno adottato un profilo più prudente. La comunità LGBTQ ha avuto meno visibilità sul palco rispetto alle campagne precedenti; non hanno parlato di restrizioni alle armi e poco di diritto all’aborto. I democratici sanno di poter contare sul voto della sinistra, ma non vogliono alienarsi i moderati. Hanno puntato sull’economia, che resta la priorità degli elettori.
Il paradosso di questo midterm è che entrambi i partiti arrivano al voto cercando di rispondere a una domanda sul proprio futuro. Trump si prepara a perdere, i democratici si preparano a vincere. Ma nessuno dei due sa ancora cosa verrà dopo.

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A.N.D.E.
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