21 Ottobre 2026

 Nell’uno e nell’altro caso, a rimetterci è l’ambizione. Quella di un’Europa più forte

Frugali o brutali? Modernizzatori o demolitori? Virtuosi o sediziosi? Una «de vulgari eloquentia» fa da sfondo al Consiglio europeo in corso a Bruxelles. Nella «guerra dei poveri» che caratterizza la trattativa sul bilancio pluriennale dell’Ue, quello che dovrà finanziarne le politiche tra il 2028 e il 2034, un drappello di Paesi cerca a tutti i costi di ridimensionare la proposta della Commissione, che pure equivale a poco più dell’1 per cento del Pil dell’intera Unione.
Guidati dalla Germania, i «magnifici sei» (gli altri sono Olanda, Austria, Finlandia, Danimarca e Svezia) insistono che occorre tagliare ancora diverse centinaia di miliardi, nonostante la presidenza irlandese abbia già dato un importante colpo di forbice all’idea originaria di Ursula von der Leyen, riducendola dell’8 per cento, equivalente a 140 miliardi di euro. Qui ci occupiamo della terminologia. I nostri non amano il termine «frugali», tantomeno quello di «brutali», coniati per loro nella bolla bruxellese.
E allora da qualche giorno si autodefiniscono «i sensibili sei», strizzatina d’occhio ai «fantastici quattro», cioè i super-eroi della Marvel.
Peccato che di eroico non ci sia proprio nulla. C’è solo una grande ipocrisia. Quella della Germania, in primis, maggior beneficiaria del mercato unico grazie al quale è il primo esportatore netto verso gli altri ventisei Paesi. O dell’Olanda, che dal porto di Rotterdam, principale porta d’accesso per le merci extra-Ue nello spazio economico europeo, incassa cifre sproporzionate rispetto agli altri partner, grazie all’applicazione della Taric, la Tariffa doganale esterna comune dell’Ue.
Invece, i nostri frugali, o come li volete chiamare, vanno lancia in resta contro i loro passivi con il bilancio europeo, esorcisti di ogni nuova spesa, mentre allo stesso tempo vorrebbero più innovazione, più politica industriale, più controlli alle frontiere, eccetera.
Purtroppo, la sindrome terminologica affligge anche il campo opposto, quello degli «amici della coesione», come si definiscono l’Italia e altri sedici Paesi, pronti a sacrificare gli investimenti per competitività e innovazione pur di salvare i fondi per agricoltori e regioni. Ma la loro coesione sa piuttosto di quota per nazione. Nell’uno e nell’altro caso, a rimetterci è l’ambizione. Quella di un’Europa più forte.

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A.N.D.E.
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