Ci sono momenti nei quali i numeri smettono di essere statistiche e diventano scelte politiche. Le scienze della vita sono a uno di questi passaggi. Vent’anni fa l’Europa condivideva con gli Stati Uniti la leadership nella ricerca e nella capacità di trasformarla in valore. Oggi quello spazio si è ristretto, mentre sono cambiati investimenti, attori tecnologici e velocità dell’innovazione.
La domanda, allora, non è quanto terreno abbiamo perso. È quale posto vogliamo che l’Italia occupi nell’economia della salute tra dieci anni.
È la riflessione che ho proposto a Roma, al Meet in Italy for Life Sciences 2026, promosso dal Cluster Nazionale Scienze della Vita ALISEI: un confronto tra istituzioni, ricerca, imprese e investitori sull’agenda italiana ed europea per il prossimo decennio. Parlare di life science significa parlare di crescita, salute, demografia e autonomia strategica.
Il primo nodo sono le persone. Biotecnologie, medicina di precisione e ricerca farmaceutica hanno bisogno di competenze che richiedono anni per essere costruite. E qui emerge un paradosso italiano: siamo capaci di formare talenti competitivi a livello internazionale, ma molto meno di trattenerli e attrarne.
Secondo dati del TEHA Group, in dieci anni l’Italia ha perso oltre 300 mila cittadini qualificati. Nel solo 2024 sono espatriati circa 45 mila laureati. Stiamo finanziando la formazione di una parte del capitale umano che contribuirà alla crescita di altri sistemi economici.
La mobilità è un valore quando è circolare. Non dobbiamo impedire ai giovani di partire, ma costruire un Paese nel quale convenga tornare e i ricercatori stranieri desiderino arrivare. Retribuzioni, carriere, infrastrutture e stabilità degli investimenti sono parte della stessa politica industriale.
C’è poi un secondo numero che dovrebbe interrogarci. Negli ultimi sei anni, 66 delle 67 aziende biotech europee che hanno deciso di quotarsi hanno scelto mercati fuori dall’Unione europea. È la rappresentazione plastica di uno dei problemi posti al centro del Rapporto Draghi: l’Europa produce ricerca e innovazione, ma fatica a creare le condizioni finanziarie perché le proprie imprese innovative possano crescere e competere su scala globale.
Il rischio è evidente: formiamo le persone che altri sistemi attraggono, produciamo conoscenza che altri trasformano in valore, generiamo imprese che per crescere cercano capitali altrove.
Invertire questa traiettoria richiede di cambiare il tempo della ricerca. Università e centri lavorano su orizzonti lunghi, mentre i finanziamenti spesso seguono logiche annuali. Serve un patto di stabilità per la conoscenza: risorse pluriennali, obiettivi verificabili e condizioni certe per costruire laboratori e gruppi di ricerca.
Dobbiamo poi superare la frammentazione del trasferimento tecnologico. Nelle life science portare una scoperta dal laboratorio al paziente richiede competenze scientifiche, regolatorie, industriali e finanziarie. Occorre fare rete, concentrare competenze e creare strutture capaci di dialogare con industria e investitori internazionali.
L’Italia ha, però, anche una straordinaria opportunità. Siamo uno dei Paesi che più direttamente dovrà misurarsi con la longevità e l’invecchiamento della popolazione.
Quello che viene rappresentato soltanto come un problema può diventare un grande campo di ricerca e innovazione: prevenzione, diagnosi precoce, biomarcatori, medicina personalizzata e tecnologie capaci di aumentare non semplicemente gli anni di vita, ma gli anni vissuti in salute.
Qui la sfida della competitività incontra quella dei valori. Perché non basta stabilire quanto vogliamo essere competitivi. Dobbiamo decidere perché vogliamo esserlo.
L’Europa possiede qualcosa che non possiamo considerare un’eredità del passato: l’idea che il diritto alla salute debba essere universale. Equità e accesso alle cure non sono un freno all’innovazione. Sono il motivo per cui innovare.
Talenti, ricerca, trasferimento tecnologico, capitali e diritto alla cura sono parti della stessa strategia. Nei prossimi dieci anni possiamo limitarci a difendere ciò che abbiamo oppure trasformarlo in un vantaggio competitivo. Difendere i nostri punti di forza significa investire su di essi. È da qui che può cominciare una nuova stagione italiana delle scienze della vita.
* Presidente del Comitato Scientifico del Cluster Nazionale Scienze della Vita ALISEI e professoressa ordinaria di Economia politica
Università degli Studi di Milano Bicocca
